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Mao Zedong in Vaticano. La curiosa storia di come finì accanto a Paolo VI.

Siamo a Roma nel Novembre 1969, precisamente nella Sala Stampa Vaticana di Via della Conciliazione, ogni giorno gremita da giornalisti accreditati da tutto il mondo. Alle sue pareti è appesa, come di consueto, l’immagine del Sommo Pontefice in carica, in questo caso Papa Paolo VI, a cui viene aggiunto accanto un quadro che, agli occhi dell’ecclesiastico che lo appende, raffigura un prete missionario nel classico abito talare, firmato in basso “Carnevali, 69, Alba“. Interpretazione che per quasi due mesi convince anche i giornalisti in sala, finché qualcuno non riconosce il soggetto accanto al Papa: il leader della Cina comunista Mao Zedong.


Imbarazzo in Vaticano

La Cina Popolare, in piena Rivoluzione Culturale, in quel momento è percepita come il paese ideologicamente comunista per antonomasia, ispirazione per milioni di giovani in tutto il mondo che manifestano con in pugno il Libretto Rosso di Mao. Ritrovarsi un quadro del leader cinese accanto a quello del Papa in Vaticano è fonte di estremo imbarazzo, aggravato dal fatto che l’immagine riprodotta nel quadro 100x60cm firmato “Carnevali” non è una fraintendibile rappresentazione minore, ma il famoso dipinto Il presidente Mao in viaggio verso Anyuan che, per ironia della sorte, viene riconosciuto dai giornalisti per una foto pubblicata sulla rivista cattolica Famiglia Cristiana nello stesso anno.

Il quadro originale

Il presidente Mao in viaggio verso Anyuan di Liu Chunhua del 1967, apparso per la prima volta sul Quotidiano del Popolo e sulla rivista Hongqi (Bandiera Rossa), è l’icona della Rivoluzione Culturale, riprodotto su manifesti, stampe (si stima intorno alle 900 milioni di copie) ed ogni sorta di oggetto, nonché la prima immagine nell’edizione più famosa del Libretto Rosso. Il dipinto è altamente simbolico e studiato in ogni dettaglio: la scena rappresenta il giovane Presidente nel 1922 mentre si reca a piedi verso le miniere di Anyuan, dov’è in corso un imponente sciopero dei minatori. Dopo aver condotto con successo lo sciopero non-violento, l’evento fu decisivo per il consolidamento del Partito Comunista in termini di diffusione ideologica del pensiero rivoluzionario e di sostegno alla causa, dato che la maggior parte dei minatori entrò nell’Armata Rossa. Nel dipinto, Mao domina in posizione elevata rispetto alle montagne, è rappresentato con un lungo abito tradizionale cinese, il pungo chiuso a simboleggiare la volontà rivoluzionaria e con un vecchio ombrello rosso sotto il braccio a dimostrare che il cammino rivoluzionario intrapreso da Mao procede in qualsiasi condizione atmosferica. Non ultima, la scelta dei colori in toni freddi, l’opposto dell’iconografia del tempo e dello stile di Liu Chunhua, sempre segnata da toni caldi, così giustificata dal pittore: “nuvole tumultuose stanno scivolando rapidamente oltre. Indicano che il presidente Mao sta arrivando ad Anyuan in un punto critico di forte lotta di classe e mostrano, al contrario, quanto sia tranquillo, fiducioso e fermo il presidente in quel momento.”

Corriere della Sera del 24/12/1969
Per il Vaticano: una rappresentazione simbolica

L’imbarazzo porta ad un’ufficiale inchiesta sull’accaduto da parte della commissione per le comunicazioni sociali, che dopo una riunione privata prenderà la decisione di non rimuovere il quadro. Il direttore della Sala Stampa, monsignor Angelo Fausto Vallainc, dichiara ai giornalisti che “non c’è nessuna ragione di togliere il quadro. Ogni artista è libero di ispirarsi come crede; comunque, il significato del quadro di Carnevali è completamente diverso da quello che raffigura Mao Tse-tung”, insistendo quindi sulla natura ecclesiastica del soggetto raffigurato, come leggiamo dal Corriere della Sera del 23 Dicembre 1969, senza rispondere al quesito di come sia arrivato in Vaticano il quadro e la sua collocazione.

Articolo dello statunitense Eugene Register-Guard – 24/12/1969
Clamore internazionale

La “svista” vaticana viene battuta sulla carta stampata nazionale con più articoli che seguono l’evoluzione della vicenda, dal Corriere della Sera, al Messaggero e su riviste come Epoca, attirando così l’attenzione internazionale. Il “Mao in Vaticano” mette in subbuglio l’intero mondo giornalistico che arbitrariamente azzarda conclusioni fantasiose, come un “avvicinamento del Vaticano alla Cina comunista, un gesto amichevole delle autorità vaticane”, con più articoli negli Stati Uniti da parte del New York Times, del Register-Guard e del Philadelphia Inquirer. La copertura è tale che troviamo un pezzo addirittura nella pubblicazione Svegliatevi! dei Testimoni di Geova, che titola con un gioco di parole “Facce rosse in Vaticano”.

Il pittore Luigi Carnevali insieme al quadro incriminato.
Foto di Associated Press su articolo del Corriere della Sera, 27/12/1969
Chi ha dipinto il quadro?

Ma finora la parola più importante non è stata ancora ascoltata: quella del pittore.
Tra i primi a contattarlo c’è Associated Press, dandogli finalmente un nome e un volto. Si tratta del romano Luigi Carnevali di 86 anni, che conferma di aver dipinto proprio Mao Zedong.
Partendo dalla famosa immagine di Liu Chunhua, ottenuta dalla copertina della rivista italiana La Cina, ha riprodotto il leader cinese nella stessa posizione carica di simbolismo ma in chiave personale e meno realistica, cambiando lo sfondo con pennellate decise e dai colori caldi, che finalmente danno un senso alla parola “Alba” apposta accanto alla firma, fino a quel momento associata alla località piemontese: si tratta del titolo del quadro poiché, secondo Carnevali, l’avvento di Mao ha significato una rinascita, una nuova “alba” per la Cina e, addirittura, “una nuova vita dopo la distruzione atomica del mondo con la vittoria finale della Cina“, un intento profetico dichiarato al Corriere d’informazione del 31 Dicembre.
Il pittore prova la paternità del dipinto mostrando una copia dello stesso appeso in Vaticano; Carnevali era solito dipingere due versioni delle opere, prima una prova della dimensione di 40x20cm circa, per poi produrre successivamente la versione più grande. Le foto originali che pubblichiamo in questo articolo sono della versione minore, lo stesso quadro mostrato dal pittore romano nelle foto d’epoca, oggi di proprietà di Silvio Parrello, amico della famiglia Carnevali da cui lo acquistò svariati anni fa.

La stessa foto di Associated Press viene utilizzata il 25/12/1969 sul The Philadelphia Inquirer
Il dubbio rimane: com’è finito lì?

Ormai è assodato che il quadro rappresenta Mao e conosciamo il nome del suo autore.
Ma chi l’ha portato in una delle stanze più in vista del Vaticano? Qui le fonti in comparazione sono fortemente discordanti tra loro:
il Vaticano, con la voce del mons. Vallainc, non rivelerà mai in maniera chiara la provenienza del quadro, sostenendo inizialmente la tesi della donazione e la successiva affissione da parte di un membro della commissione vaticana mai specificato, per poi rimanere costantemente sul vago;
l’autore dell’opera Luigi Carnevali ribadirà più volte di non essere a conoscenza di come il suo quadro fosse finito in Vaticano, apprendendo la notizia sui giornali. Il figlio Lanfranco, come riportato dal New York Times, aggiunge che l’opera era stata solamente prestata ad un amico, di cui non rivela il nome, e che fosse alla ricerca dello stesso per ricevere un’opportuna spiegazione;
Silvio Parrello, attuale proprietario di uno dei due quadri e amico della famiglia del pittore, sostiene che il Mao di Carnevali fosse un dipinto su commissione di un mercante d’arte, che avrebbe poi venduto il quadro ad un ecclesiastico vaticano.

Silvio Parrello con il suo Mao di Carnevali.
La rimozione

Dopo una settimana di clamore e “pellegrinaggio” per fotografare il Mao in Vaticano, contrariamente alle dichiarazione precedenti sul mantenimento, il quadro sparisce nottetempo. Sempre il Corriere d’Informazione scrive: “ignote mani ecclesiastiche hanno tolto il quadro raffigurante il «condottiero» cinese che si trovava nella sala stampa del Vaticano e che nei giorni scorsi è stato al centro di polemiche e di silenziosi imbarazzi delle autorità vaticane.”
Tra le voci di corridoio si parla addirittura di furto. La spiegazione ufficiale, su pressione giornalistica, arriva il giorno seguente: “il quadro non è stato rubato. É stato soltanto tolto dal posto in cui fu collocato per porre fine alle richieste di molti fotoreporters che chiedevano di fotografarlo”.
Da questo momento del quadro di Carnevali si perde ogni traccia, presupponendo la sua collocazione in qualche angolo degli immensi depositi vaticani.

Corriere d’Informazione 31/12/1969

Una spiegazione sul “come” sia finito in Vaticano

Un indizio importante è contenuto nella parola apposta accanto alla firma, Alba.
Se per Carnevali il quadro simboleggia la rinascita della Cina, ad occhi poco informati sulle vicende cinesi ha suggerito la località piemontese come luogo di rappresentazione del “missionario in abito talare” o semplicemente come luogo della realizzazione dell’opera.
Il monsignor Angelo Fausto Vallainc, unico autorizzato ad apporre modifiche alle pareti in quanto direttore della Sala Stampa vaticana, era un personaggio di spicco della comunità albese, a tal punto da essere eletto vescovo di Alba nel 1975, carica detenuta fino alla sua morte nel 1986.
Che si tratti di una donazione, come sostenuto dal Vaticano, o di un regolare acquisto, come da parole di Silvio Parrello, l’equivoco sul “prete di Alba” è abbastanza evidente, accentuato dai conseguenti imbarazzi e silenzi da parte vaticana.

L’originale Il presidente Mao in viaggio verso Anyuan.
Il quadro originale di Liu Chunhua oggi

Delle due copie del Carnevali riusciamo a conoscere la collocazioni di una sola versione, ma il vero presidente Mao in viaggio verso Anyuan, oggi dov’è?
Nel 1969-1970, anni in cui si svolgono gli eventi narrati, il quadro era esposto al Museo di Storia della Rivoluzione di Pechino. Con l’affievolirsi della Rivoluzione Culturale, il dipinto fu spostato in deposito ed una volta arrivato al potere Deng Xiaoping nel 1978, l’autore Liu Chunhua andò a riprendersi il quadro.
Nel 1995 decise di metterlo all’asta, ricevendo un’offerta di 5,5 milioni di Yuan da parte della filiale di Guangzhou della banca statale China Construction Bank. Il Museo della Rivoluzione citò in tribunale sia Liu Chunhua che la banca chiedendo la restituzione del dipinto, ma la Corte popolare intermedia di Pechino stabilì che il diritto di copyright e di proprietà sono differenti: il pittore gode del copyright, ma la proprietà del quadro rimane collettiva, quindi dello stato cinese. Poiché il dipinto è tenuto sotto la cura di Construction Bank, rimane formalmente ancora di proprietà statale, rigettando così la richiesta del Museo.

L’artista riconosce ancora il carico simbolico della sua opera, sostenendo in tempi recenti che:
“Senza Mao, la Cina non sarebbe come è oggi. Prima di allora, i cinesi strisciavano e ora sono in piedi”.

di Marcello Colasanti

Galleria aggiuntiva:

Inseriamo la poesia intitolata “a Mao” del poeta e pittore Silvio Parrello, che oltre ad aver condiviso preziose informazioni sulla vicenda e la sua copia del quadro, ha recitato la poesia scritta nel 1990.

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