Articoli del 2022 · Conflitto in Ucraina · Dal Mondo · Geopolitica · Russia

Il ritiro da Cherson. Una valutazione più complessa della mera propaganda.

Spostando la linea difensiva sotto il versante sud del fiume Dnepr (o riva destra), i russi si ritirano da Cherson, città storicamente russa e abitata in maggioranza da russofoni, nell’area storico-geografica denominata Novorossija.
I titoli sensazionali e di vittoria in questi due giorni non tengono conto di un dato, probabilmente il più rilevante: l’esercito ucraino entra in una città deserta (a dispetto dei caroselli visti nella piazza cittadina, ben ripresi dai TG nostrani).
La maggioranza della popolazione è già stata evacuata a sud in luoghi più sicuri, così come i distretti della riva destra a ridosso della città, come Kachovka. Agli abitanti è stata garantito, come leggiamo dal comunicato del Consiglio comunale “alloggio e cibo gratuiti, nonché assistenza materiale per un importo di 100 mila rubli e l’opportunità di ottenere un certificato di alloggio”. Da Marzo, pagamenti sociali e pensioni erano già garantiti dalla Russia.

Evacuazione a Kachovka

Evacuazione necessaria perché, come sta accadendo da otto anni e in maniera feroce e incontrollata da Febbraio, quando un russofono viene preso dall’esercito di Kiev, l’uccisione è l’opzione meno problematica che si troverà a subire, peggio ancora se donna. Torture, stupri e uccisioni sommarie ben documentate da rapporti OSCE e ONU, che immancabilmente non troviamo più negli articoli e servizi dei media occidentali.
Per tutta la giornata di oggi, centinaia di barche private hanno fatto da spola per trasferire verso la riva destra i cittadini della città che non avevano eseguito l’evacuazione pre-annunciata, rischiando in maniera considerevole a causa dei bombardamenti ucraini sulla riva del fiume.

Il fronte tra Nikolaev e Cherson è tra i più caldi dell’attuale conflitto, per l’importante ruolo che le città svolgono sul Mar Nero. Lo spostamento a sud della linea del fronte è stato commentato dal capo del Comitato per la difesa della Duma di Stato, Andrei Kartapolov, con il seguente comunicato:
“La decisione militare, a mio parere, è giustificata. È giustificata dalla necessità di ridurre la linea del fronte dalla necessità di una linea di barriera e per guadagnare tempo, che consentirà di completare l’addestramento di nuova formazione al fine di creare gruppi in questa o in altre direzioni per le operazioni successive”, sottolineando la necessità di separare le decisioni militari da quelle politiche; la difesa a oltranza della città sarebbe stata una di queste.

Dall’altra parte della barricata, data la noncuranza per le perdite subite sul campo (attualmente, impossibile farne una stima veritiera), l’Esercito di Kiev ha dispiegato un numero di forze in campo numericamente superiore alla controparte russa, con un flusso continuo e sempre maggiore in numero e qualità delle armi inviate dal contingente NATO, contornati da materiale tecnologico, intelligence ed esperti militari, in realtà i veri “Generali” del conflitto (statunitensi e inglesi); gli ucraini sono e rimangono carne da cannone.

Che la NATO avrebbe supportato in tutto e per tutto il conflitto era pronosticabile, calcolando il ruolo di attore principale nell’apertura del “vaso di Pandora” ucraino nel 2014: non attendeva altro.
Ma probabilmente che l’escalation si sarebbe spinta così oltre, anche con tutta l’opinione pubblica europea contraria (il 70% degli europei non supporta l’invio di armi), è un dato inatteso o comunque sottovalutato da parte russa. Pensare, come piace credere ai giornalisti alla Riotta, che il conflitto volge verso una vittoria inesorabile ucraina è a dir poche folle e uno scollamento dalla realtà, sottostimando in maniera disonesta intellettualmente le capacità del “subumano” nemico russo: per la cronaca non riportata dal Tg1, dall’altra parte del conflitto è stato preso il controllo dell’insediamento di Opytnoy, portando all’accerchiamento di Avdiivka, una delle principali aree fortificate delle forze armate dell’Ucraina vicino a Donetsk.

In fondo, come ascoltato nella manifestazione “per la pace” del Terzo Polo di Calenda, l’unica soluzione al conflitto concepita dai liberali non è una reale pace, ascolto e mediazione tra le parti, ma l’annichilimento completo del nemico di turno.

Questo ci porterà inevitabilmente, come pronosticato più volte, ad un conflitto di lunga durata che segue perfettamente la filosofia bellica sotto regime liberista, che non cerca “una guerra di vittoria, ma una guerra senza fine”. L’importante è questo, anche a costo del superamento di quella “linea di non ritorno” che oggi non sembra più costituire un tabù.
Tutto questo applicato ad un contenzioso, ad un’area che, ci piaccia o meno, da otto anni ha già fatto la propria scelta tra il governo golpista post-maidan e un ritorno al principio storico russo, riconfermato dal recente referendum che non possiamo ridurre semplicisticamente alla “farsa”, applicando i soliti due pesi e due misure in base alla convenienza narrativa.

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