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Rapporto europeo confuta l’accusa di genocidio contro la Cina. – “La determinazione del genocidio nello Xinjiang come ordine del giorno – Analisi critica del rapporto Newlines Institute e Raoul Wallenberg Center”

Dopo l’ormai famoso rapporto dell’antropologo Adrian Zenz e i relativi servizi della britannica BBC, asse portante dell’accusa occidentale di genocidio ai danni degli uiguri dello Xinjiang da parte del governo cinese; si aggiunge un ulteriore rapporto, questa volta statunitense e canadese, redatto da Newlines Institute e dal Raoul Wallenberg Center for Human Rights. Pubblicato a Marzo di quest’anno, è stato diffuso come “indipendente” e che “aggiunge nuovo materiale”, con una notevole risonanza mediatica a livello mainstream.

Esattamente come i precedenti, la relazione ha suscitato dubbi sull’autenticità delle fonti, sul metodo di ricerca svolto e sul team di ricercatori che, a loro dire, è “costituito da dozzine di esperti di diritto internazionale, studi sul genocidio, politiche etniche cinesi”.

A confutare il rapporto statunitense è stata la svedese Transnational Foundation for Peace and Future Research (TFF) col suo contro-rapporto intitolato La determinazione del genocidio nello Xinjiang come ordine del giorno – Un’analisi critica di un rapporto del Newlines Institute e del Raoul Wallenberg Center”, diretto da Gordon Dumoulin (olandese), Jan Oberg (danese) e Thore Vestby (norvegese).

Il rapporto contraddice l’accusa americana in vari punti, riassumendone i principali:

– i due istituti non sono indipendenti, ma hanno legami, interessi e connessioni con i circoli: conservatori, fondamentalisti cristiani, anticomunisti, pro-Israele e dei Fratelli Musulmani.
– il rapporto è stato editato in modo da dare conferma alla dichiarazione di “genocidio” dell’ex Segretario di Stato Mike Pompeo (19 Gennaio 2021), asserita senza nessuna prova di accompagno.
– la relazione contiene fonti false, dubbie o sistematicamente distorte, mentre tralascia deliberatamente teorie, concetti e fatti di fondamentale importanza.
– il rapporto appare come un sostegno alla rigida politica estera degli Stati Uniti, sfruttando le preoccupazioni in materia di diritti umani per promuovere una politica conflittuale nei confronti della Cina.
– la relazione è puramente propagandistica, dato che tratta la Cina come oggetto di “tutto il male”, omettendo ogni tipo di comprensione delle politiche cinesi.
– nonostante le forti criticità riscontrate nell’analisi, i media occidentali hanno accolto acriticamente e dato ampia copertura alla relazione Newlines-Wallenberg; nessuno dei media ha controllato le fonti del rapporto.

Il gruppo di studio conclude con la riflessione:

“Ciò che abbiamo trovato nel Rapporto ci fa credere che se questa è la documentazione di più alta qualità disponibile sul genocidio nello Xinjiang, si può seriamente dubitare che ciò che accade nello Xinjiang sia un genocidio. E, molto probabilmente, determinarlo come tale avrà solo conseguenze negative per le relazioni USA-Cina e anche per gli stessi Stati Uniti.
(…)
“Abbiamo scritto questa analisi per dimostrare che la base empirica per accusare la Cina di “genocidio” è sorprendentemente debole e che il rapporto del Newlines Institute e del Raoul Wallenberg Center – che professa di fornire la prova definitiva del genocidio – si basa su materiali molto selettivi che, messi insieme, invitano a ulteriori politiche di confronto invece della risoluzione cooperativa dei problemi “
(…)
“Pertanto, non riteniamo che il Rapporto sia utile da nessuna prospettiva razionale. “

A seguire, la nostra traduzione dell’articolo che accompagna il contro-rapporto europeo, con i riferimenti e link per scaricare i due rapporti completi.

Prima, aggiungiamo come sempre il nostro “vademecum” sulla questione dello Xinjiang, tratto da qui:

  • La questione degli uiguri islamici dello Xinjiang, regione autonoma all’estremo Ovest della Cina, è attualmente il tema principale con cui gli Stati Uniti (e con loro l’Unione Europea) creano ostruzionismo nei confronti della Cina, accusata di “genocidio” su base religiosa.
  • Lo Xinjiang è una regione periferica e di confine, estremamente importante per i collegamenti via terra creati dalla Nuova Via della Seta cinese, la Belt and Road Initiative, nata per sostenere il libero scambio e la cooperazione tra i continenti europeo, asiatico ed africano, nonché “smarcare” la Cina dalla chiusura geografica ad est e sud, dove Stati Uniti e relativi sottoposti mantengono una posizione dominante e pressione militare.
  • La regione subisce da anni gravissimi attacchi terroristici da parte di fanatici e fondamentalisti, che hanno lasciato dietro di se una lunga scia di morti e feriti. Nell’area centro-asiatica, il fondamentalismo islamico su base separatista ed etnica è da sempre uno degli strumenti che l’occidente utilizza come destabilizzatore nei paesi non allineati; un esempio esaustivo, i mujaheddin in Afghanistan.
  • La Cina contrasta tale fenomeno con un programma di reintegro nella società dei soggetti caduti nella trappola del fondamentalismo, una deradicalizzazione tramite formazione e studio. In molti entrano volontariamente in tale programma, spesso su consiglio familiare, continuando a risiedere nel proprio domicilio e non trattenuti nelle strutture (la soluzione attuata dagli statunitensi allo stesso problema è Guantanamo ed Abu Ghraib).
  • Fino alla fine del 2020, gli Stati Uniti hanno classificato il Movimento Islamico uiguro del Turkestan orientale come un gruppo terroristico, hanno combattuto contro i combattenti uiguri in Afghanistan e ne hanno tenuti molti come prigionieri. Nel luglio 2020, le Nazioni Unite hanno riportato la presenza di migliaia di combattenti uiguri in Afghanistan e Siria.
  • L’unica fonte sulla quale l’occidente accusa di “genocidio”, è un rapporto dell’antropologo tedesco Adrian Zenz, teologo e anti-comunista che non ha mai visitato lo Xinjiang e con nessuna esperienza sulla Cina, vicino alla setta del Falun Gong. A sua volta, Zenz ha basato il suo rapporto sulla campagna anticinese portata avanti da Rebiya Kadeer, ex deputata della Conferenza Consultiva politica del popolo cinese, fuggita negli Stati Uniti dopo una condanna per evasione fiscale milionaria e spionaggio.
  • Il governo cinese ha invitato più volte osservatori occidentali a visitare la regione, questi hanno sempre rifiutato.
  • Una commissione delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale ha visitato 3 volte la regione. Durante la 44° sessione del Consiglio sui diritti umani, hanno ringraziato la Cina per la sua apertura e dell’invito alla visita per oltre 1000 diplomatici, giornalisti e religiosi, che hanno potuto constatare i risultati positivi ottenuti nella zona, sostenendo “sollecitiamo ad astenersi dal fare accuse infondate contro la Cina basate sulla disinformazione”.
  • L’Organizzazione della cooperazione islamica ha eseguito un’investigazione sul presunto genocidio anti-islamico, non rilevando nessun abuso e lodando il programma di deradicalizzazione cinese. Tutti i paesi islamici hanno votato in favore della Cina presso l’ONU. Contro, e utilizzando il termine “genocidio”, solamente i paesi occidentali filo-americani.
  • Dal 30 marzo al 2 aprile, una delegazione composta da più di 30 diplomatici provenienti da circa 21 paesi ha visitato lo Xinjiang. Mohammad Keshavarz-Zadeh, l’ambasciatore iraniano in Cina, ha riferito che le attività religiose nelle moschee si sono svolte in linea con la volontà del popolo musulmano, dopo aver visitato le moschee nella capitale regionale Urumqi e Kashgar. E’ rimasto anche stupito dalle condizioni delle moschee locali: “Come musulmano, ho pregato nella moschea. Ho visto che le persone sono libere di praticare le loro attività religiose”.
  • Per sostenere tale narrazione, gli Stati Uniti d’America stanno investendo milioni di dollari in propaganda mediatica. Il 27 Aprile 2021 è stato approvato il Strategic Competition Act, in cui si legge di un finanziamento di 300 milioni di dollari l’anno, per il periodo 2022-2026, per una mastodontica operazione di propaganda anticinese, giustificata “per contrastare l’influenza maligna del Partito Comunista Cinese a livello globale”. Fondi diretti ai media occidentali, istituti di ricerca politica, gruppi di uiguri (o presunti tali) fuori dai confini cinesi, da utilizzare come “testimonial” del genocidio in atto.
  • La popolazione di etnia uigura è aumentata del 25,04% nell’ultimo decennio (+ 2,55 milioni di persone nel periodo 2010-2018).
  • Nella sola regione dello Xinjiang, sono presenti 24.000 moschee, numero 10 volte maggiore rispetto a quelle presenti in tutti gli Stati Uniti d’America.
  • Il GDP (prodotto interno lordo) della regione cresce annualmente del 7,2% (dati riferimento 2014-2019).
    2,92 milioni di uiguri sono usciti dalla soglia di povertà nello stesso periodo.
  • L’istruzione primaria e secondaria è garantita in 7 lingue diverse.
  1. Una pluralità di giornalisti e reporter (occidentali e non) che hanno visitato anche per anni la regione dello Xinjiang, confermano quanto sopra riportato, tra cui citiamo:
    André Vltchek, reporter russo con passaporto americano, morto in maniera sospetta dopo aver contraddetto le accuse occidentali;
    George Galloway, ex deputato, giornalista e scrittore britannico;
    Jeffrey Sachs, professore della Columbia University di New York;
    Adriano Madaro, sinologo, scrittore e giornalista, oltre 200 viaggi in Cina dal 1976;
    Daniel Dumbrill, giornalista e YouTuber canadese;
    Graham Perry, docente e relatore britannico;
    Michele Geraci, Professore di Finanza, Economista, ex Sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico;
    Gordon Dumoulin (olandese), Jan Oberg (danese) e Thore Vestby (norvegese) della Transnational Foundation for Peace and Future Research (TFF), hanno pubblicato il contro-rapporto intitolato “La determinazione del genocidio nello Xinjiang come ordine del giorno – Un’analisi critica di un rapporto del Newlines Institute e del Raoul Wallenberg Center”, confutando le accuse del rapporto USA del Marzo 2021.
    – Il Centro Studi “Eurasia-Mediterraneo” (CeSEM) insieme ad EURISPES-Laboratorio BRICS e Istituto Diplomatico Internazionale (IDI), hanno prodotto il rapporto italiano “XINJIANG. CAPIRE LA COMPLESSITÀ, COSTRUIRE LA PACE”, in cui si raccolgono testimonianze e studi di giornalisti, diplomatici, esperti, studenti e professionisti che hanno frequentato, vissuto e studiato nello Xinjiang.

La determinazione del genocidio nello Xinjiang come ordine del giorno – Un’analisi critica di un rapporto del Newlines Institute e del Raoul Wallenberg Center

Gordon DumoulinJan Oberg e Thore Vestby

The Transnational Foundation for Peace & Future Research, TFF, Lund, Sweden •

TFF@transnational.org • The Transnational • Ph +46 (0)738 525200

lunedì 27 aprile 2021

Articolo originale: 🟥 BREAKING – The Xinjiang Genocide Determination As Agenda | The Transnational

Il rapporto completo: TFF-GenocideAsAgenda.pages (transnational.live)

L’8 marzo 2021, il Newlines Institute for Strategy and Policy di Washington ha pubblicato un rapporto, The Uyghur Genocide: An Examination of China’s Breaches of the 1948 Genocide Convention in collaborazione con il Raoul Wallenberg Centre for Human Rights di Montreal.
Afferma che “Questa relazione è la prima applicazione indipendente da parte di esperti della Convenzione sul genocidio del 1948 al trattamento in corso degli uiguri in Cina. È stato intrapreso dal Newlines Institute for Strategy and Policy, in collaborazione con il Raoul Wallenberg Centre for Human Rights, in risposta ai resoconti emergenti di gravi e sistematiche atrocità nella provincia dello Xinjiang, in particolare dirette contro gli uiguri, una minoranza etnica, per accertare se la Repubblica Popolare Cinese sia in violazione della Convenzione sul genocidio ai sensi del diritto internazionale.

Il rapporto – d’ora in poi solo Rapporto – è stato prodotto con i contributi e previa consultazione di numerosi esperti indipendenti, tra cui 33 che hanno accettato di essere identificati pubblicamente, come si afferma.

Lo scopo dell’analisi del TFF è quello di esaminare la posizione del Newlines Institute e la cerchia di studiosi e altri che hanno prodotto e contribuito ad esso e alle loro connessioni. Esamina inoltre più da vicino i metodi e i contenuti del Rapporto, nonché le fonti su cui basa la sua conclusione estremamente grave – vale a dire che lo Stato cinese è responsabile di aver commesso genocidio e viola intenzionalmente le disposizioni centrali di detta Convenzione nelle sue politiche nella regione autonoma uigura dello Xinjiang (XUAR).

Il TFF vuole chiarire fin dall’inizio che non prendiamo posizione sul fatto che ciò che accade nello Xinjiang sia o meno un genocidio. In linea di principio, non avremmo espresso tale opinione a meno che non fossimo stati anche sul campo nello Xinjiang. L’unico scopo è quello di esaminare su cosa si basa questa prima documentazione accademica indipendente, che è stata immediatamente coperta da una vasta gamma di media mainstream occidentali.

Prima presentiamo la sintesi dei nostri risultati e poi approfondiamo una serie di temi e prospettive più specifici.

Sintesi


1. Il Rapporto e le due istituzioni dietro questo non sono “indipendenti”, e il rapporto non presenta nuovi materiali. Co-prodotto con il Raoul Wallenberg Center for Human Rights, è il prodotto della cooperazione tra individui di almeno sei, più o meno interconnessi, gruppi di interesse o ambienti, vale a dire: Fondamentalismo cristiano + circoli di politica estera americana conservatrice (denominati “falchi”) + circoli dei Fratelli Musulmani + anticomunismo estremo + circoli di lobby pro-Israele + l’apparato politicizzante dei diritti umani (in cui le preoccupazioni sui diritti umani tendono a servire l’interventismo da parte degli Stati Uniti d’America) . Per un rapporto pubblicato da studiosi indipendenti di un istituto indipendente, questo è problematico.

2. Il Rapporto, in qualche modo modificato a casaccio, potrebbe essere stato pubblicato per sostenere la “determinazione” dell’ex Segretario di Stato Mike Pompeo del 19 gennaio 2021, secondo cui quello che accade nello Xinjiang è un genocidio in corso. Nessuna prova lo accompagnava a queste parole.
Pompeo è noto, nella sua qualità di direttore della CIA e nelle sue stesse parole (2019), per essere orgoglioso del fatto che “abbiamo mentito, imbrogliato e rubato – avevamo interi corsi di formazione – e ti ricorda la gloria dell’esperimento americano”. (frase pronunciata al minuto 29:15 in questa conversazione). Mike Pompeo è anche conosciuto come un cristiano conservatore che è stato “portato a Gesù Cristo” mentre si trovava all’Accademia militare di West Point, ed è noto per essere estremamente critico nei confronti della Cina.

3. Il Rapporto presenta scelte di fonti sia false che dubbie ma anche, in modo significativo e sistematico, distorte, e che tralascia deliberatamente prospettive, teorie, concetti e fatti di fondamentale importanza. Per un istituto che professa di essere basato su solidi studi e valori, questo è problematico.

4. Il Rapporto appare – consapevolmente, intenzionalmente o meno – come sostegno alla politica estera intransigente degli Stati Uniti e come sfruttamento delle preoccupazioni sui diritti umani per promuovere una politica di confronto “faccia a faccia” con la Cina.
Certamente non è conforme ai valori di comprensione reciproca e di pace su cui il Newlines Institute afferma di basarsi.

5. Il Rapporto trasmette propaganda nel senso specifico di trattare la Cina come soggetto di tutti i mali, ma omettendo che una comprensione delle politiche cinesi debba includere anche le sue relazioni, comprese le relazioni conflittuali che ha con gli Stati Uniti. La Cina è vista come una variabile indipendente e, pertanto, il Rapporto non può produrre alcuna prospettiva comparativa. In parole povere: se ciò che la Cina fa nello Xinjiang è un genocidio, ci sono altri attori / governi che dovrebbero essere determinati a perseguire politiche genocide? Oppure, come si confronta la “guerra al terrore” cinese nello Xinjiang e i suoi costi umani con la guerra globale al terrorismo guidata dagli Stati Uniti (GWOT) e i suoi costi umani?

6. Dati i problemi che evidenziamo in questa analisi, bisogna essere profondamente preoccupati per l’accoglienza e la copertura sistematicamente acritica del rapporto Newlines-Wallenberg da parte dei media mainstream occidentali. Hanno prestato un’attenzione immediata e prominente, ma non abbiamo trovato nessuno dei media che abbia controllato le fonti del Rapporto o abbia messo in dubbio che si tratti di un istituto “indipendente” e della “prima” applicazione esperta indipendente della Convenzione sul genocidio del 1948 “.

Ciò che abbiamo trovato nel Rapporto ci fa credere che se questa è la documentazione di più alta qualità disponibile sul genocidio nello Xinjiang, si può seriamente dubitare che ciò che accade nello Xinjiang sia un genocidio. E, molto probabilmente, determinarlo come tale avrà solo conseguenze negative per le relazioni USA-Cina e anche per gli stessi Stati Uniti.

Quello che abbiamo anche scoperto è che il rapporto è un esempio piuttosto illustrativo del discorso e dei circoli di interesse che caratterizzano ciò che chiamiamo il MIMAC, il Complesso Militare-Industriale-Media-Accademico – costruendo ed espandendo il concetto usato per la prima volta da Il presidente Dwight D.Eisenhower, che lo definì un complesso militare-industriale, MIC, nel suo discorso di addio nel 1961.

Note finali – al posto della conclusione

A causa della fondamentale interconnessione del mondo, le relazioni sempre più simili alla Guerra Fredda tra Occidente e Cina hanno conseguenze negative per entrambi i sistemi e per il resto del mondo.

Di tutti i conflitti nel nostro mondo, il conflitto Occidente/Cina influenzerà il futuro ordine mondiale più di qualsiasi altro conflitto. E’ quindi della massima importanza analizzare ciò che le parti in conflitto dicono e fanno– in particolare quando una o entrambe prendono misure che tendono ad aumentare sia la tensione che la probabilità di un uso futuro della violenza in qualche forma. Tale tensione accresciuta danneggerà sia loro che tutti noi. Renderà inoltre molto più difficili gli sforzi per risolvere tutti gli altri problemi che l’umanità deve affrontare.

Se si accusa un altro paese di aver commesso un genocidio in corso, il mondo ha il diritto di aspettarsi che le prove siano solide.

Abbiamo scritto questa analisi per dimostrare che la base empirica per accusare la Cina di “genocidio” è sorprendentemente debole e che il rapporto del Newlines Institute e del Raoul Wallenberg Center – che professa di fornire la prova definitiva del genocidio – si basa su materiali molto selettivi che, messi insieme, invitano a ulteriori politiche di confronto invece della risoluzione cooperativa dei problemi, per non parlare dei confronti occidentali o dell’auto-riflessione sui diritti umani.

La relazione è politicizzata e riflette gli interessi di quello che chiamiamo complesso militare-industriale-mediatico-accademico, MIMAC. Contiene gravi difetti di indagine, nonché una selezione distorta di fonti e competenze. Inoltre, abbiamo fatto l’osservazione estremamente grave che la relazione non è stata messa in discussione o controllata da alcun media mainstream occidentale. Nonostante le sue caratteristiche ideologiche politicizzate e le sue accuse estremamente gravi, è stato semplicemente diffuso.

Pertanto, non riteniamo che il Rapporto sia utile da nessuna prospettiva razionale.

Inoltre, da un meta – punto di vista, non crediamo nella somma zero o nei rapporti vittoria-sconfitta, ma i rapporti “win-win” sono possibili e dovrebbero essere tentati per il bene comune dell’Occidente stesso, della Cina e del mondo. Crediamo anche – forse in modo non convenzionale per gli studiosi occidentali – che la multipolarità e il rispetto per i diversi codici delle diverse culture siano auspicabili. Al contrario, l’unipolarità basata sull’universalizzazione e l’imposizione delle proprie norme e valori ideologici su altri sistemi è controproducente e indesiderabile.

Riteniamo inoltre che sia significativo – anche e soprattutto in caso di conflitto – cercare il dialogo e la cooperazione piuttosto che offendere e il confronto. La cooperazione non si basa sulla somiglianza o su identità e obiettivi comuni. Può avvenire nel quadro dell’unità/cooperazione nella diversità. È chiaro che, al momento, è la Cina a sostenere la cooperazione e il dialogo, mentre gli Stati Uniti in particolare e l’Occidente in generale, perseguono politiche negative e conflittuali con una serie di altri paesi e culture – cosa indicata anche dal fatto che solo gli Stati Uniti hanno oltre 600 strutture militari in tutto il mondo e rappresenta oltre il 40% delle spese militari mondiali.

La multipolarità e la cooperazione reciprocamente vantaggiosa – nonché il dialogo anziché la demonizzazione – favoriscono la riduzione del rischio di violenza e il rafforzamento della fiducia. Accuse, sanzioni, demonizzazione, insulti e caratterizzazioni conflittuali dei sistemi politici e della cultura degli altri, per definizione, non possono produrre sicurezza, stabilità o pace. Chiudono il dialogo.

E più ciò avviene a breve termine, minore sarà la sicurezza, la cooperazione e la pace a lungo termine.

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