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“I bambini piccoli, nudi e scalzi, in attesa del loro turno nelle camere a gas”. Il ricordo di Yankel Wiernik su Treblinka.

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Quando parliamo dello sterminio perpetrato dal nazifascismo durante la seconda guerra mondiale, non si da più rilevanza ed importanza a due fattori: l’unicità storica di quella tragedia, a cui nulla può essere paragonato, e la totale coerenza d’azione con l’ideologia che l’ha resa possibile.

Quel che è accaduto, non è la deviazione di un pensiero, l’azione sconsiderata di uno o un gruppo che ha agito in maniera indipendente deviando da un’ideologia iniziale. E’ la pura e semplice applicazione dell’obiettivo ultimo di quello che l’ideologia nazifascista aveva da sempre professato…

Ormai è sempre più usuale ascoltare il discorso, la nenia, del “anche altri hanno fatto le stesse cose”. Discorso che fino a qualche decennio fa era relegato a pochi ambienti, quelli più reazionari e retrivi, spesso esternati da persone scarsamente preparate in materia.
Ma oggi, sempre più pericolosamente, lo stesso discorso viene “accettato”, tanto da sentirlo pronunciare da persone di certa preparazione culturale.
Sul discorso olocaustonazifascismoseconda guerra mondiale, paghiamo un’involuzione conoscitiva e culturale che ha come primo obiettivo lo screditamento di altre ideologie avverse a quella dominante, tanto da ritenere opportuna la riqualificazione pratica di pensieri e azioni spiccatamente reazionarie come il nazifascismo, anche se, in via solamente ufficiale, la si ritiene ancora “sbagliata”.

In Europa la ventata reazionaria e nazifascista che investe tutto il continente, dalla Francia passando per la Germania, fino agli sciagurati paesi dell’Est; non è casuale, non è spontaneaNon lo fu negli anni ’20, non lo è oggi, e non lo sarà mai…
E tutto questo, passa e si alimenta anche dai discorsi di cui sopra, da come viene riletta e riscritta la storia.

Questo per introdurre vari passi del libro “Un anno a Treblinka” di Yankel Yakov Wiernik, sopravvissuto dell’olocausto, riuscito a scappare dal campo durante la rivolta del 2 Agosto 1943 e che testimonierà ai processi contro i nazisti Ludwig Fischer e Adolf Eichmann.

Il campo di sterminio di Treblinka fu il più terribile in efferatezza; rimasto in funzione per 16 mesi, fu luogo della morte di 900.000 persone.
Dopo il suo smantellamento, Heinrich Himmler ordinò la riapertura delle fosse comuni per incenerire i corpi e non lasciare tracce. Treblinka non aveva forni crematori ma “graticole” su binari ferroviari su cui venivano bruciati i corpi.

I ricordi di Wiernik sono duri, ma ricordateli quando qualcuno vi dirà che “altri hanno fatto lo stesso”, perché in quel caso il vostro interlocutore sarà:
o profondamente ignorante, o profondamente in malafede.
Non c’è altra soluzione all’equazione, scegliete voi quale….

Colasanti Marcello

 

da “Un anno a Treblinka” di Yankel Yakov Wiernik

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“Durante tutto l’inverno, ogni volta i bambini piccoli, nudi e scalzi, restavano per ore e ore all’aperto, in attesa del loro turno nelle camere a gas, sempre più affollate. Le piante dei piedi si ghiacciavano e s’incollavano al suolo gelato diventando un tutt’uno con esso. Lì fermi piangevano; alcuni morivano congelati. Nel frattempo gli aguzzini, tedeschi ed ucraini, battevano e li prendevano a calci. C’era un tedesco di nome Sepp, o forse Zopf, una bestia vile e feroce, che traeva piacere nel torturare i bambini, nell’abusare di loro. Spesso strappava una creatura dalle braccia della madre e squartava il bambino a metà oppure lo agguantava per le gambe e gli fracassava la testa contro un muro […] tragiche scene di questo tipo si verificavano continuamente. La gente di Varsavia veniva trattata con straordinaria brutalità e le donne ancora più degli uomini. Sceglievano donne e bambini e, invece di portarli alle camere a gas, li conducevano alle graticole. Lì costringevano le madri impazzite dall’orrore a mostrare ai figli le griglie incandescenti dove, tra le fiamme e il fuoco, i corpi si accartocciavano a migliaia, dove i morti parevano riprendere vita e contorcersi, dimenarsi; dove ai cadaveri delle donne incinte scoppiava il ventre e quei bambini morti ancora prima di nascere bruciavano tra le viscere aperte delle loro madri. Dopo che gli assassini si erano riempiti gli occhi del loro terrore, erano uccise lì, accanto ai fuochi e gettate direttamente nelle fiamme. Le donne svenivano per la paura e le bestie le trascinavano ai roghi mezze morte. In preda al panico, i figli si aggrappavano alle madri. Le donne imploravano pietà, con gli occhi chiusi come per risparmiarsi quella scena spaventosa, ma gli aguzzini le guardavano divertiti: tenevano le vittime in straziante attesa per diversi minuti prima di finirle. Mentre si uccideva un gruppo di donne e di bambini, gli altri erano lasciati lì davanti ad aspettare il proprio turno. Di volta in volta i bambini erano strappati dalle braccia delle madri e gettati vivi nelle fiamme, mentre gli aguzzini ridevano e incalzavano le madri ad essere coraggiose e saltare nel fuoco per seguire le loro creature”

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« Per riesumare i cadaveri fu messa in funzione una macchina, un escavatore che poteva dragare tremila corpi alla volta. Fu realizzata una griglia di fuoco fatta di binari ferroviari lunga cento-centocinquanta metri e fu fissata su basamenti in calcestruzzo. Gli addetti impilavano i cadaveri sulla griglia e appiccavano il fuoco. I nuovi trasporti erano trattati con una procedura semplificata; la cremazione seguiva immediatamente la gassazione. Nemmeno Lucifero avrebbe potuto creare un inferno come questo. Potete immaginare una griglia di questa lunghezza con sopra tremila cadaveri di persone che fino a pochissimo tempo fa erano vive? […] Ad un dato segnale viene accesa una torcia gigantesca che brucia producendo una fiamma enorme. I volti dei cadaveri sembrano addormentati, che potrebbero risvegliarsi […] i bambini si sarebbero messi a sedere e avrebbero pianto per le loro madri. Sei sopraffatto dal dolore e dall’orrore, ma rimani lì lo stesso senza dire niente. Gli assassini stanno in piedi vicino alle ceneri, e i loro corpi sono scossi da risate sataniche. I loro volti irradiano una soddisfazione veramente diabolica. Brindavano alla scena con del brandy e con i liquori più scelti, mangiavano, facevano baldoria e se la godevano scaldandosi al fuoco. In seguito i Tedeschi costruirono delle griglie supplementari e aumentarono le squadre di servizio, cosicché, contemporaneamente, venivano bruciati tra i dieci e i dodicimila cadaveri al giorno. »

« […] ci furono periodi in cui , con le tredici camere a gas tutte in funzione, venivano gassate quasi trentamila persone al giorno. Non udivamo altro che urla, pianti e gemiti. Noi prigionieri lavoratori non si riusciva a mangiare né a trattenere il pianto. I meno resistenti tra noi, la sera, quando tornavamo nelle baracche, dopo aver maneggiato cadaveri tutto il giorno, s’impiccavano, nelle orecchie ancora l’eco delle grida e dei gemiti delle vittime. Suicidi di questo genere si verificavano in numero di quindici o venti al giorno. »

« Gli abitanti di Wólka, il paese più vicino a Treblinka, raccontano che a volte le urla delle donne erano così strazianti che l’intero paese, sconvolto, scappava nel bosco, lontano, pur di non sentire quelle grida lancinanti che trafiggevano gli alberi, il cielo e la terra. E che, di colpo, si zittivano, per ricominciare altrettanto improvvise, altrettanto tremende, e penetrare di nuovo nelle ossa, nel cranio, nell’anima […] Tre, quattro volte al giorno… »

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