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4 Giugno 1944: l’eccidio de La Storta, Bruno Buozzi, il sindacalismo e la lezione che ci impartiscono in questi giorni.

 

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Tra il 4 e il 5 Giugno del 1944, Roma viene liberata dall’occupazione nazifascista dalle truppe alleate angloamericane guidate dai generali Mark Wayne Clark e Harold Alexander.

Nei giorni precedenti, il comando tedesco appronta la sua progressiva ritirata verso nord, sicura dell’impossibilità di uno scontro diretto sul territorio romano contro la macchina da guerra statunitense.
Tutto ciò che viene ritenuto rilevante per il conflitto e per le dinamiche belliche viene spostato verso nord, insieme a preziosi ed opere d’arte.
Tra il “rilevante”, troviamo una lista di prigionieri di Via Tasso, il luogo di detenzione e tortura per i prigionieri politici.

Nella notte tra il 3 e il 4 Giugno, vengono caricati 14 prigionieri, quasi tutti del Fronte Militare Clandestino, una delle organizzazioni della Resistenza romana e facenti parte del Partito Socialista, per essere portati in un casale lungo la Via Cassia, in località La Storta. Nel pomeriggio del 4 Giugno, vengono uccisi con un colpo di pistola alla nuca, stessa metodica delle Fosse Ardeatine.

Questi sono gli ultimi martiri uccisi per mano tedesca durante l’occupazione romana, comunemente ricordati sotto il nome de “l’eccidio de La Storta”.

 

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Bruno Buozzi

 

Tra questi 14, troviamo il sindacalista socialista Bruno Buozzi, che dopo anni di esilio, arresto e confino sotto il fascismo, stava lavorando, in quei giorni di lotta clandestina, alla ricostituzione della Confederazione Generale Italiana del Lavoro insieme al comunista Giuseppe Di Vittorio e al democristiano Achille Grandi.
L’accordo tra le tre forze politiche, chiamato “Patto di Roma” e finalizzato alla rinascita del sindacato italiano, verrà firmato il 9 Giugno, ma per rispetto e memoria del lavoro svolto da Bruno Buozzi, verrà apposta la firma del 4 Giugno.

Questo episodio è significativo per un dettaglio. Il fascismo si apre e si chiude con il sangue dei sindacalisti.
E non è un caso…
Tra i primi atti di delinquenza del fascismo ci fu, naturalmente, l’uccisione di sindacalisti e l’assalto all’apparato sindacale, normative tra le prime ad essere attuate, ancor prima del consolidamento del potere stesso. Con il Patto di Palazzo Vidoni del 2 Ottobre 1925, si riconoscono formalmente i soli sindacati fascisti. Questo, su espressa richiesta della Confindustria, l’organizzazione delle imprese e delle industrie italiane che dopo aver largamente pagato il braccio fascista, aveva raggiunto il suo intento, il non avere dinnanzi a se un’organizzazione o apparato che difendesse il salariato, il lavoratore.

Anche se presentato come risolutore di problemi, il fascismo, sia quello storico degli anni ’10 e ’20 che quello attuale molto concentrato “alle invasioni”, è sempre legato come radice fenomenale alla distruzione della rete di coesione tra lavoratori, perché chi lo alimenta e soprattutto paga, ha interesse politico ed economico perché ciò avvenga.

Qualche giorno fa i giornali hanno dato una notizia, tra le tante, di un migrante ucciso mentre cercava lamiere. Motivi razziali… motivi di furto… motivi di odio…
Il punto centrale della storia, poco valorizzata, è che in realtà quel ragazzo, oltre ad essere migrante, oltre a raccogliere pomodori, oltre ad essere nero come TANTI altri in Calabria, era sindacalista dell’USB. Guarda caso (che in politica e in economia non esiste mai), tra i tanti, il proiettile in testa l’ha beccato lui…

La storia si ripete, è vero, ma questo avviene non per un processo storico inarrestabile, ma perché viene dimenticata. Ci sarà sempre il signorotto che sfrutta la situazione, che prende dieci morti di fame dandogli quattro soldi per mangiare, in cambio dell’assalto ad una sede di partito o sindacale.
La risposta, è ricordarci che questi signorotti ci saranno sempre,
questi morti di fame che sparano per quattro soldi ci saranno sempre,
che altri morti di fame ancor più arrivisti e con una parlantina più efficace collocati al Ministero degli Interni ci saranno sempre…
Ma sta a noi riconoscerli, SEMPRE.

Perché se la ripetizione del sempre vale storicamente per loro; per noi, non è detto…

 

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Sacko Soumayla, l’attivista sindacale ucciso.

 

 

Colasanti Marcello

 

ARTICOLO SCRITTO PER “IL GIORNALE DEL RICCIO”, VIETATO COPIARNE IL CONTENUTO ANCHE PARZIALE SU ALTRI SITI.
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