
La repressione della polizia degli Stati Uniti d’America, in particolar modo sbilanciata verso i cittadini della comunità nera, è un problema storicamente molto sentito nella società americana, raggiungendo livelli esasperati negli ultimi anni a seguito delle numerose uccisioni da parte degli agenti, in larga parte documentate da video (1.810 assassinii dichiarati solo nel 2018 e il 97% dei poliziotti non incriminati), e la recente sparatoria di Dallas dove un cecchino ha ucciso 5 poliziotti.

31 anni fa (aggiornato al 2026) proprio un americano si espose in maniera netta contro la repressione poliziesca e governativa con una canzone di protesta che, nel panorama di metà anni ’90 e per la risonanza planetaria del protagonista, rappresentava un importante atto di coraggio e presa di posizione anti-sistema.
Parliamo di “They don’t care about us” di Michael Jackson.

A differenza di quanto possa pensare l’ascoltatore medio di musica, la super star internazionale ha sempre inserito nei propri testi o discorsi pubblici critiche alla società e ai governi contemporanei con tematiche antirepressive, ambientaliste, umanitarie, pacifiste, antirazziste, con l’ideale fermo che l’attuale società non funziona e vada necessariamente cambiata a favore di una partecipazione attiva votata alla solidarietà e al sociale.
Impegno non solo a parole, ma attivissimo: Michael Jackson è stata la celebrità che ha donato l’ammontare più alto in beneficenza, con una cifra difficilmente calcolabile ma che supera senza dubbio il mezzo miliardo di dollari, certificato dal Guinness World Record. Donazioni che l’artista considerava un “contributo attivo alla società” e non sterile “beneficenza borghese“, evitando i grandi canali abituali del business della cosiddetta filantropia e supportando in prima persona le realtà dirette, come ospedali, biblioteche, scuole, riserve naturali o fondando in prima persona associazioni. Lo stare volutamente fuori dagli schemi della beneficenza istituzionalizzata genererà un gran numero di personaggi ostili verso il cantante, della politica e dello show business, ambienti completamente piegati alle logiche finanziarie-pubblicitarie della beneficenza occidentale.

Piccoli esempi: l’incasso totale del Dangerous Tour ’92-’93, 140 milioni di dollari + 50 milioni di sponsor Pepsi, andarono completamente in beneficenza e gestiti dalla sua “Heal the World Foundation“; USA for Africa, con la canzone We are the world, fu un suo progetto che raccolse 100 milioni di dollari nel 1985; il compenso personale del Victory tour ’84 fu devoluto completamente in beneficenza; ogni tappa del Bad Tour ’87/’89, Dangerous Tour ’92/’93 e HIStory Tour ’96/’97 ha coinciso con la visita del cantante ad un ospedale pediatrico locale, donando macchinari, attrezzature o fondi per la ricerca. Per l’Italia, il 22 Maggio 1988 visitò i bambini malati del Bambin Gesù di Roma, donando 100.000 sterline per la ricerca sulle leucemie e tumori infantili, branca di ricerca dell’ospedale romano.

Tornando alla canzone, è estratta dall’album più arrabbiato del cantante, “HIStory: Past Present and Future” del 1995, pubblicato dopo la prima accusa di molestie sessuali su minore del 1993.
Per rigor di cronaca: fin da subito le accuse contro Jackson si dimostrarono decisamente deboli, con prove e documenti che delineavano un tentativo di estorsione del produttore cinematografico economicamente fallito Evan Chandler, geloso dell'amicizia tra la sua ex moglie June, il figlio Jordan (che utilizzerà per tale scopo) e Michael, insieme ad una comprovata attitudine arrivista. Le telefonate tra il procuratore distrettuale Thomas Sneddon ed Evan testimoniano proprio questo. La causa intentata fu direttamente in sede civile, non penale, dato che la finalità era ottenere denaro.
Per il caso Chandler, Jackson decise di affrontare il processo, sottoponendosi a tutti i controlli richiesti dalla polizia della Contea di Santa Barbara, anche i più degradanti, come una sessione di foto dei genitali, delle natiche, del torso e delle cosce durato diverse ore, che smentirà la descrizione fornita dall'accusa. La società di assicurazione del cantante, però, trovò più profittevole pagare per un accordo extragiudiziale della causa civile con 15.331.250 dollari al posto di un lungo e costoso processo; nell'accordo reso pubblico si legge "Jackson e i suoi legali non sostengono tale accordo e non rappresenta in alcun modo un'ammissione di colpevolezza da parte di Michael Jackson", che inoltre, non impediva in alcun modo a Jordan Chandler di testimoniare nel processo penale. Sulla base delle prove, il tribunale di Santa Barbara boccerà per due volte un'azione penale contro Jackson, dato che le prove raccolte non erano indicative di alcun reato.
Jordan Chandler venne contattato dal team legale che accusò il cantante nel secondo caso del 2003/2005, quello degli Arvizo, ma rifiutò categoricamente di testimoniare contro Jackson. L'avvocato di Jackson, Thomas Mesereau, rivelò di avere testimoni che avevano sentito Jordan ammettere privatamente di non essere mai stato molestato da Jackson. Durante quel processo la madre di Jordan, June, comparve in tribunale come una delle testimoni chiamate dall'accusa, ma testimoniò di non aver mai assistito a molestie o di aver sospettato tali comportamenti.
Nel 2005 Jordan Chandler ottenne un ordine restrittivo contro suo padre poiché, dopo averlo picchiato, aveva tentato di strangolarlo, il giudice stabilì che "poteva causare gravi lesioni corporee o la morte" del figlio Jordan.
Evan Chandler si suicidò nel Novembre 2009, cinque mesi dopo la morte di Michael Jackson.
Come comprensibile in queste poche righe, il caso Chandler è un evento in cui si celano enormi interessi economici che tirano in causa estorsione, politica e grandi società (non è la ragione dell'articolo spiegare l'innocenza di Jackson e la complessa macchina politica, economica e mediatica che si è accanita contro di lui, ma potete in parte approfondire CLICCANDO QUI e nella bibliografia consigliata in fondo). In quel teatro di falsità e di sciacallaggio mediatico senza precedenti, che si ripeterà anche nel 2003, grandi responsabilità furono da attribuire alla stessa gestione, se non proprio collusione, delle autorità americane, basti pensare al Procuratore Distrettuale della Contea di Santa Barbara Thomas Sneddon, che utilizzò il caso Jackson come scalata politica, o agli abusi commessi dalla polizia sia nelle perquisizioni dei locali del Neverland Ranch che fisici alla persona di Michael Jackson durante l'arresto del 2003. L'FBI e la polizia condurranno per oltre 10 anni inchieste, investigazioni, intercettazioni contro Michael Jackson con enorme dispendio di fondi pubblici, senza mai trovare una singola prova che possa condurre ad azioni illecite o illegali, non solo connesse ai reati di molestie, ma in generale. Tutto è oggi pubblico e consultabile.

In questo clima di distruzione mediatica si colloca l’album HIStory, dove la maggior parte delle canzoni è di denuncia e protesta, collocabile all’interno di quel quadro temporale così storicamente unico, sia internazionale che personale del cantante. Qui troviamo anche Earth Song, Tabloid Junkie, Scream, Stranger in Moscow, Money, Little Susie: canzoni cariche di significato politico, sociale e anti-sistema.
They don’t care about us, che si presenta musicalmente con una cadenza da marcia militare, è un pesante attacco alla repressione governativa e alla violenza poliziesca, in particolar modo su quella di stampo razziale subìta dai neri (appartenenza, quella al popolo nero, che Michael Jackson non tradirà mai, le accuse relative allo “sbiancamento” della pelle sono denigratorie per fini giornalistici: è ormai risaputo che il cantante soffrisse di vitiligine, come da lui stesso più volte confermato in svariate interviste, malattia cronica della pelle che causa la distruzione della melanina e relativa de-pigmentazione, unito al Lupus Eritematoso Sistemico, malattia autoimmune cronica in cui il sistema immunitario attacca per errore i propri tessuti, causando infiammazione a danno di organi e pelle, motivo principale degli interventi chirurgici).
I cori, magnificamente diretti da Jackson e cantati dal coro del Pastore Andraé Crouch, si uniscono alla “marcia” in un gospel che diviene un grido-simbolo delle lotte antirepressive, ripetendo a ritornello musicale il concetto, semplice e distruttivo, che è alla base del potere classista: “a loro non importa davvero di noi”.
Il video musicale, con la regia di Spike Lee, contiene forti scene di repressione e violenza poliziesca, ambientato all’interno di un carcere americano. Si susseguono le immagini delle guerre di aggressione statunitense, dal Vietnam alla Corea, la repressione delle proteste e dei manifestanti, la violenza che si ripercuote sui più innocenti, i minori, simboleggiato dal pianto disperato di un bambino vittima del bombardamento giapponese di Shanghai.
Per guardarlo CLICCA QUI.


Come immaginabile, il video fu pesantemente censurato, costringendo Michael Jackson e Spike Lee a produrre un secondo video ambientato nel quartiere Pelourinho di Salvador da Bahia e nella Favela di Santa Marta di Rio de Janeiro in Brasile. Il governo brasiliano dell’epoca tentò di bloccare la produzione, dato che mostrava uno dei lati più controversi del paese, giustificando il mancato appoggio per motivi legati alla sicurezza, con la polizia locale che si sarebbe rifiutata di valicare la collina della favela. Ironia della sorte, intervenne il boss della droga Marcinho VP, fan di Jackson, che rassicurò la collaboratrice di Spike Lee Katia Lung che “se avessimo deciso di realizzare il video con Michael (nella favela di Santa Marta), avremmo potuto posare 1 milione di dollari per strada e la nostra attrezzatura cinematografica, e nessuno l’avrebbe toccata.»
E così fu.
Per guardarlo, CLICCA QUI.

Una canzone di protesta o denuncia ha un peso diverso in base alla risonanza e alla posizione dell’artista che la esprime. Per comprendere la portata dell’impatto bisogna ricordare chi era Michael Jackson: la persona più famosa e la maggiore celebrità del pianeta (come registrato in tutti i sondaggi dell’epoca, senza termini di paragone nella Storia precedente e futura), nonché l’artista numero uno al mondo, non circoscritto ad una categoria di pubblico su base etnica, politica o di età, ma percepito come personaggio trasversale e multigenerazionale. Il peso di una presa di posizione così conflittuale su temi di sistema contro la polizia e il governo, cantata da un artista di quel calibro, non ha eguali.
Così, contro la canzone antirepressione e antirazzista fu scatenata una campagna diffamatoria alquanto bizzarra: venne accusata di razzismo ed antisemitismo.
In una strofa la canzone dice:
Jew me, sue me, everybody do me
Kick me, kike me, don’t you black or white me.
Il testo fu volutamente travisato dalle organizzazioni ebraiche americane, dato che nella strofa quel “Jew me” (“Dammi dell’ebreo“) e il “Kike me” (termine dispregiativo per riferirsi a un ebreo) si limitano ad elencano alcuni degli stereotipi classici del razzismo e dell’intolleranza utilizzati per insultare ed emarginalizzare, in un passo in cui il cantante “affronta” verbalmente il potere invitandolo ad attaccare. Una denuncia del linguaggio dell’odio, non una promozione.
Un’inutile polemica propagandistica per censurare la canzone, il video e l’artista.
Michael Jackson dichiarò: «L’idea che questo testo possa essere ritenuto discutibile è estremamente offensivo per me e fuorviante. La canzone, infatti, parla del dolore, del pregiudizio e dell’odio ed è un modo per attirare l’attenzione su problemi sociali e politici. Sono la voce degli accusati e degli attaccati. Sono la voce di tutti. Io sono lo skinhead, io sono l’ebreo, io sono l’uomo nero, io sono l’uomo bianco. Non sono io quello che stava attaccando. Riguarda le ingiustizie per i giovani e il modo in cui il sistema può ingiustamente accusarli. Sono arrabbiato e indignato per il fatto di essere stato così male interpretato.»
Riguardo all’astio della comunità ebraica, che tornerà negli anni ad attaccare il cantante, si aggiunge la volontà da parte di Jackson di inserire nell’album HIStory la canzone “Palestine Don’t Cry“, scritta dopo la sua visita in Israele nel 1993 per la tappa del Dangerous Tour a TelAviv, che lo lasciò estremamente scosso per la situazione della Palestina occupata, evitando di tornare ad esibirsi in Israele per i tour successivi. Il pezzo, di cui oggi conosciamo solo il testo, venne osteggiato dalla casa discografica Sony e non inserito all’interno dell’album. Comunque, troviamo traccia dell’intento in un verso di Earth Song, nella lunga lista di “What about…” (che mi dici riguardo a…) che il cantante pone sui temi relativi all’ambiente, la natura, la guerra, l’ingiustizia, ecc., recita:
E la Terra Santa?
What about the holy land?
(Che ne dici?)
(What about it?)
Dilaniata dal credo (e noi?)
Torn apart by creed (what about us?)


Parlando dei tempi attuali, nel periodo delle rivolte del movimento Black Lives Matter, il brano sarà uno dei più cantati durante i presidi e manifestazioni, nonché utilizzato come sottofondo nei video virali sui social, divenendo il testo-manifesto delle proteste.
Oggi, grazie alla popolarità e all’attenzione mediatica internazionale generata dal video di They don’t care about us, la favela di Santa Marta non è più una piazza di spaccio e criminalità. Gli abitanti del quartiere considerano Michael Jackson “un eroe“, tanto da dedicargli una statua, principale attrazione turistica del luogo, mentre l’abitazione da dove il cantante si affaccia dal balcone è stata convertita in museo dedicato all’artista.
Altre accuse, altre censure.

La scure della censura “razziale” fu già utilizzata su Michael Jackson, contro una delle canzoni antirazziste più famose di sempre, Black or White del 1991.
In quel periodo le rivolte dei cittadini neri contro la polizia e il governo divennero sempre più grandi e organizzate, reazione all’utilizzo sproporzionato della violenza e delle continue uccisioni da parte degli agenti. Proprio del 1991 lo scioccante e violentissimo pestaggio da parte di 8 agenti del tassista Rodney King, fermato per eccesso di velocità, inserito anche nel video di They don’t care about us (CLICCA QUI PER IL VIDEO).

I poliziotti furono incriminati, ma tutti assolti il 29 Aprile del 1992. Da questa assoluzione inaccettabile si scatenò la Rivolta di Los Angeles, dove per 6 giorni la città venne devastata e “l’ordine” ristabilito con il dispiegamento di 13.500 uomini della Guardia Nazionale e dell’Esercito che, per reprimere la rivolta, lasciarono nelle strade 63 morti e oltre 2.300 feriti, insieme a 12.000 arrestati.
In questo quadro veniva proiettato da 5 mesi il video di Black or White, che aveva debuttato in contemporanea mondiale il 14 Novembre 1991 con un audience di mezzo miliardo di persone, ottenendo il Guinness dei primati come “video con il maggior numero di telespettatori di sempre“, con la regia di John Landis e cameo di Macaulay Culkin e dei Simpson, in quel momento massime icone del cinema e della televisione. Nella scena finale del video si vede Michael Jackson distruggere dei simboli e delle scritte razziste, per poi trasformarsi in una pantera nera, chiudendo con una sua famosa frase:
“Prejudice is ignorance”, “Il pregiudizio è ignoranza”.

Per questa scena, unito al fatto che la Pantera Nera è simbolo e nome della famosa organizzazione rivoluzionaria nera di stampo marxista-leninista, il messaggio di opposizione al razzismo di Jackson fu utilizzato come capro espiatorio ed etichettato come “istigazione alla violenza e alla devastazione”, attribuendogli un “mandato morale” sulle rivolte: il risultato fu la censura degli ultimi 4 minuti.
Da Black or White
Protection / Protezione
For gangs, clubs, and nations / Per gang, club e nazioni
Causing grief in human relations / Che causano dolore nelle relazioni umane
It’s a turf war on a global scale / È una guerra per il territorio su scala globale
I’d rather hear both sides of the tale / Preferirei sentire entrambe le versioni della storia
See, it’s not about race / Vedi, non si tratta di razze
Just places, faces / Solo di posti, facce
Where your blood comes from / Da dove viene il tuo sangue
Is were your space is / È dove si trova il tuo spazio
I’ve seen the bright get duller / Ho visto lo splendore offuscarsi
I’m not going to spend my life being a color / Non passerò la mia vita a essere un colore
L’importanza sociale e storica di Michael Jackson

Accuse di razzismo che sulla figura di Michael Jackson si dipingono di grottesco: fino agli anni ’80 inoltrati la musica, come la società americana, era ben divisa e distinta tra “musica per neri” e “musica per bianchi” con relative classifiche separate. Questa spaccatura era presente anche nella distribuzione e fruizione: in televisione c’era Soul Train e BET (Black Entertainment Television) per i neri, tutto il resto per i bianchi, in particolare MTV, nata nel 1981 con uno spiccato orientamento esclusivista per gli artisti bianchi, giustificato con una scelta di “sound e genere“. Commistioni non erano pensabili se non in determinate e ben circostanziate situazioni (per esempio, gli Show di carattere nazionale, come l’Ed Sullivan).
Con il successo dell’album Off the wall del 1979, Michael Jackson fu il primo artista nero ad entrare nella classifica per bianchi, poi unificata.

Nel 1982 Michael Jackson cambierà per sempre la Storia della musica e dell’industria discografica con l’album Thriller, il più venduto al mondo con oltre 110 milioni di dischi e un’impatto sul costume e la cultura unici e senza precedenti, così come la popolarità raggiunta a livello globale, fenomeno che ancora oggi, nell’era dei social e di internet, risulta ineguagliabile.
In passato, anche in epoca “Jacksons” con i fratelli, Michael aveva dimostrato un’attenzione e una cura particolari al mezzo video (si prenda ad esempio Can you feel it), ma con le canzoni estratte da Thriller introduce e inventa il concetto stesso di video musicale come opera artistica a sé stante, prodotto e non promozione, con una propria regia, sceneggiatura e coreografia, rendendolo così il primo artista nero ad essere trasmesso sull’emittente per bianchi MTV. Dopo il ripetuto rifiuto dell’emittente di trasmettere il video della mega-hit Beat It, nonostante fosse di genere rock con la chitarra di Eddie Van Halen, il canale fu costretto a cedere il 10 Marzo 1983 davanti al successo planetario di Billie Jean, canzone simbolo degli anni ’80, e al suo rivoluzionario video musicale.

Vittoria che Jackson non mantiene a titolo personale: se da quel momento abbiamo potuto assistere a video musicali di altri artisti neri su MTV, lo dobbiamo ad un’azione diretta di Michael Jackson.
Per la realizzazione del video di Thriller, MTV collaborò in funzione di finanziatore accordandosi per un “Making of” e un periodo di rotazione del video in esclusiva; in questo accordo Jackson richiese espressamente al direttore di MTV Robert Pittman che l’emittente si aprisse anche agli altri artisti neri, data la reticenza mostrata fino a quel momento. Con riluttanza accettarono, decretando in realtà il successo e consacrazione del canale: Thriller sarà un fenomeno culturale, mediatico e di massa, stabilirà lo standard qualitativo del video che perdura ancora oggi, tuttora considerato unanimemente il “più importante video musicale della Storia“.

L’azione di Michael Jackson su MTV e sull’industria musicale in favore dell’apertura agli artisti neri ha modificato per sempre la società civile americana e la sua percezione, merito continuamente eluso ed ignorato dalla narrazione storica e mediatica, colpevolmente anche dagli stessi artisti neri che ne hanno beneficiato.
L’antirazzismo e la lotta alla repressione rimangono tra i lati più caratteristici e duraturi nella produzione e nella vita del Re del Pop, ruolo chiave alla base degli attacchi mediatici e giudiziari che accompagneranno l’artista fino alla fine, culminata col più triste degli epiloghi.
Nel non aver rispettato la sua persona e dignità in vita, possiamo cominciare a farlo ricordando il suo messaggio e relative azioni, mettendo da parte le ormai smentite e reiterate falsità da tabloid.




I video nell’articolo:
Possono interessarti anche:
BIBLIOGRAFIA:
– Moonwalk, di Michael Jackson, 1988, EPC editore
– Dancing the Dream, di Michael Jackson, 1992, Quantic Publishing
– Michael Jackson. Il Complotto, di Aphrodite Jones, 2007, Alacran
– Michael Jackson: The Real Story, di Dieter Wiesner, 2020, KingDoMedia
– Michael Jackson Dossier, di Ken Paisli, 2006, Kinaschi Edizioni
– Redemption : the truth behind the Michael Jackson child molestation allegations, di Geraldine Hughes, 2004, Branch & Vine Publishers
LINK:
USA: NEL 2018 LA POLIZIA HA UCCISO 1810 PERSONE
Le accuse contro Michael Jackson

They don’t care about us
Skin head, dead head
Everybody gone bad
Situation, aggravation
Everybody allegation
In the suite, on the news
Everybody dog food
Bang bang, shot dead
Everybody’s gone mad
All I wanna say is that
They don’t really care about us
All I wanna say is that
They don’t really care about us
Beat me, hate me
You can never break me
Will me, thrill me
You can never kill me
Jew me, sue me
Everybody do me
Kick me, kike me
Don’t you black or white me
All I wanna say is that
They don’t really care about us
All I wanna say is that
They don’t really care about us
Tell me what has become of my life
I have a wife and two children who love me
I am the victim of police brutality, now
I’m tired of bein’ the victim of hate
You’re rapin’ me off my pride
Oh, for God’s sake
I look to heaven to fulfill its prophecy…
Set me free
Skin head, dead head
Everybody gone bad
Trepidation, speculation
Everybody allegation
In the suite, on the news
Everybody dog food
Black male, black mail
Throw your brother in jail
All I wanna say is that
They don’t really care about us
All I wanna say is that
They don’t really care about us
Tell me what has become of my rights
Am I invisible because you ignore me?
Your proclamation promised me free liberty, now
I’m tired of bein’ the victim of shame
They’re throwing me in a class with a bad name
I can’t believe this is the land from which I came
You know I really do hate to say it
The government don’t wanna see
But if Roosevelt was livin’
He wouldn’t let this be, no, no
Skin head, dead head
Everybody gone bad
Situation, speculation
Everybody litigation
Beat me, bash me
You can never trash me
Hit me, kick me
You can never get me
All I wanna say is that
They don’t really care about us
All I wanna say is that
They don’t really care about us
Some things in life they just don’t wanna see
But if Martin Luther was livin’
He wouldn’t let this be, no, no
Skin head, dead head
Everybody gone bad
Situation, segregation
Everybody allegation
In the suite, on the news
Everybody dog food
Kick me, kike me
Don’t you wrong or right me
All I wanna say is that
They don’t really care about us
All I wanna say is that
They don’t really care about us
All I wanna say is that
They don’t really care about us
All I wanna say is that
They don’t really care about
All I wanna say is that
they don’t really care about
All I wanna say is that
They don’t really care about us
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Buonissimo articolo, molto interessante e ben fatto. Mi ha insegnato fatti che non conoscevo.
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Grazie mille per l’apprezzamento.
Un saluto
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ECCEZIONALE BEN FATTO..E UN GRANDISSIMO GRAZIE..CONDIVIDERLO,E FARLO CONOSCERE ANCORA A CHI VUOLE RIMANERE IMPANTATO NEL PREGIUDIZIO E NELLA IGNORANZA…
GRAZIE VERAMENTE
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Questo è giornalismo corretto…. Grande Marcello Colasanti!!!!
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Grazie mille Maria Antonietta…
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..non posso far altro che complimentarmi…articolo perfetto..condividere a tutto tondo..far conoscere
grazie Marcello!!!!
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Complimenti per l’articolo….non è che esiste una versione anche in inglese?
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Salve, attualmente sono in viaggio, appena posso farò una tradizione.
Grazie mille per l’apprezzamento.
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Benissimo! Così posterò il link anche su pagine di media stranieri….già postato su pagine italiane 🙂
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ma la “english version” ? 😛
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