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Non solo il coronavirus, anche la disinformazione miete vittime.

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Sulla questione del Coronavirus in Cina (nome in codice 2019-nCoV), mi ero promesso di non alimentare la psicosi dilagante con articoli aggiuntivi, anche se il tema lo vivo da vicino e costantemente, dato che molte persone, quando si parla di Cina, mi percepiscono come un referente (e questo con immenso piacere).
Ma una piccola parentesi mi trovo costretto ad aprirla, non sul virus o l’epidemia, ma sul ruolo della disinformazione intorno a questa storia e in generale sulla Cina, alle vittime che genera e ai mostri che crea. Parentesi che si apre da sola per non rimanere, come troppo spesso accade, indifferenti davanti agli episodi gravi che riteniamo (ormai) quotidiani.

E’ il 25 Gennaio, inizio del Capodanno Cinese. Come ogni anno, partecipo alle iniziative che la comunità organizza nella città di Roma.
Mi reco al quartiere Esquilino, la China Town romana, per reperire informazioni e capire se, oltre alla Festa di Piazza San Giovanni del 2 Febbraio (ora annullata), ci sia in programma qualcos’altro nel quartiere.
Arrivo da Termini e la situazione suggerisce con tante piccole sfumature che non è la stessa di sempre. Nel calderone multietnico della stazione Termini, è singolare notare come un qualsiasi asiatico faccia da calamita agli occhi dei passanti, poco importa se palesemente non cinese, magari giapponese o filippino. Piccolezze (nemmeno troppo), che risaltano agli occhi di chi ha viaggiato.

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Un precedente Capodanno Cinese a Piazza Vittorio.

Arrivo di fronte ad una storica gelateria della zona sempre affollatissima, anche e soprattutto da cinesi, come la signora che sta entrando con la sua bambina appena uscita da scuola (sicuramente delle elementari), con lo zaino ancora sulle spalle.
La bambina, senza motivo apparente, si ferma. Scoppia a piangere.
La madre, che stava conversando con altre signore, si avvicina e le chiede: “che succede? perché piangi?”
“Perché a scuola dicono che ho il virus…”

Questa vicenda a cui ho assistito personalmente non è isolata, si aggiunge alle tante altre accadute in questi giorni, alcune documentate, altre no. Dal ragazzino di 13 anni che in una partita dilettantistica ha dovuto sentirsi dire “Spero che ti venga il virus”, o la coppia di turisti cinesi a Venezia presi a insulti e sputi. Fino alla ragazza cinese presa anche lei a sputi e insulti a sfondo sessuale su di un treno, argomento che ho trattato sui social.

Il quotidiano La Repubblica apre l’articolo sulla coppia presa a sputi con un:

“E’ forse uno degli effetti collaterali dell’epidemia di coronavirus.”

No
, stimato quotidiano La Repubblica, l’isteria e il razzismo non sono di certo l’effetto collaterale di un virus, ma effetto diretto della disinformazione, dell’informazione totalmente errata e (la peggiore) di quella intellettualmente disonesta.
La storia ce lo insegna…

La stampa occidentale ha attivato e messo in atto un terrorismo psicologico sull’attuale crisi del Coronavirus, riportando notizie in maniera inesatta, ingigantite, senza prove e documenti, non contestualizzate, dando per notizie certe voci di corridoio o considerando fonti attendibili elementi o personaggi che non lo sono.

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Questo per due elementi: il primo, il più comprensibile, è la facile ricerca del sensazionale. Una calma notizia verificata non è di certo vendibile e d’effetto come un titolo sensazionalistico. Tutti stanno cercando l’ultimissima notizia sul “virus cinese”; più sparo in alto, gonfio il numero e uso maggiorativi, più avrò seguito.
Il più importante, però, è il secondo elemento. Parliamo della Cina, non di un paese qualsiasi, l’attuale competitor principale degli Stati Uniti. Non il paese che potrebbe, un giorno, vincere la partita con l’occidente; ma il paese che la partita l’ha già vinta, su ogni settore.

Quindi, la questione è fortemente politica.

Poco importa se quel che sta accadendo in Cina sia l‘operazione di emergenza e prevenzione medica più grande della storia, che coinvolge attivamente intorno alle 56 milioni di persone.
Nonostante il virus sia meno potente della SARS del 2002, la gestione è titanica ed esemplare.
L’umana ragione consiglierebbe di osservare, comprendere e ammirare, oppure, semplicemente l’essere solidali verso questo paese.
Ma non è ammissibile, se si tratta di Cina.

Che sia chiaro, l’emergenza è serissima, non seria. Non si minimizza, ma si cerca di riportare ad un livello razionale e depoliticizzato la questione.

Per capire di cosa stiamo parlando, basta consultare la prima pagina di un giornale, i titoli che riporta, ascoltare i servizi da “day after tomorrow” dei telegiornali italiani. Non solo sull’informazione privata spazzatura, come quella Mediaset del TG5 e TGCom, ma anche di quella pubblica del TG1.

– Riportando qualche esempio, possiamo partire dal già citato “La Repubblica” che apre con un bel numero in titolo di testa di “44.000 casi“, per poi autosmentirsi all’interno dell’articolo e riportare il dato ufficiale di 2.900 casi circa accertati (che aggiorno a 4.000, come bollettino ufficiale).
– I continui servizi dei TG che mostrano le città deserte con poche persone e negozi chiusi, dimenticando di dire che questo è il periodo del Capodanno cinese e ogni anno, per due settimane, le metropoli sono deserte, anche senza coronavirus…
– Il far apparire anche il nostro paese in stato di pericolo imminente, quando l’OMS, l‘Organizzazione Mondiale della Sanità, con bollettino riportato sul portale dell’Istituto Superiore di Sanità italiano, ribadisce il carattere locale del contagio (la zona di Wuhan e parti della Cina), ed una bassa probabilità di contagio per noi occidentali, riportando testualmente:
“la probabilità di osservare ulteriori casi importati di infezione da 2019-nCoV nei Paesi UE/SEE è moderata”;
“l’adesione ad adeguate pratiche di prevenzione e controllo delle infezioni, in particolare in ambito assistenziale nei Paesi UE/SEE che abbiano collegamenti diretti con la provincia dell’Hubei, porterebbe ad una bassa probabilità che ad un caso identificato in UE/SEE seguano casi secondari”;
e addirittura “la probabilità di infezione per i cittadini UE/SEE che risiedano a (o visitino) Wuhan è moderata”.
Ricordando che in Italia non si è registrato nessun caso d’infezione e quelli in occidente sono solamente 10 (4 in Europa, 6 in USA).
Da questo, possiamo comprendere il carattere allarmistico di tutti quegli articoli che recitano “cosa fare per proteggersi dal coronavirus?”, scritti in Italia.

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– Non si comprende la portata dei numeri e la relativa paura immotivata, che non trova riscontro, invece, su numeri ben più allarmanti.
La Cina conta circa 1.400.000.000 di abitanti e questo virus ha finora causato la morte di oltre 100 persone; nel nostro paese di circa 60.000.000 di abitanti (siamo 24 volte meno della Cina), ogni anno muoiono in ospedale per malattie infettive 49.000 persone.
Eppure, non vediamo molta psicosi o titoli sensazionali per questa notizia…
– Il continuare a parlare di un contagio partito da un serpente, quando la notizia non è mai stata riportata da nessun bollettino medico, tanto da scomodare la rivista Nature che conferma la mancanza di prove a sostegno di tale tesi. Notizia falsa utile solamente ad alimentare pregiudizi e intolleranza sugli aspetti culinari dei cinesi, da sempre bersaglio delle più fantasiose fake news.
– Riportare in prima pagina che il virus sia partito da un laboratorio di armi batteriologiche a Wuhan.
Tale tesi era sostenuta dall’ex ufficiale israeliano Dany Shoham, ufficiale di un paese ostile alla Cina, che sulla base di nessun documento e di nessuna prova, ha divulgato questa sua opinione. Le notizie, in genere, non vengono diffuse da una testata giornalistica sulla base del “nulla”. In più, non in maniera “certa”, come molti titoli di testa hanno riportato.
Naturalmente, le autorità cinesi hanno smentito tale assurdità.
– Anche le notizie non riportate ci aiutano a capire il contesto dell’informazione.
Nessuna delle testate sopracitate ha ritenuto importante segnalare il primo caso di guarigione confermato, una donna di 56 anni che dopo 6 giorni di trattamento in ospedale è risultata negativa a due analisi del sangue per il coronavirus. Notizia del 25 Gennaio.
Oppure, l’evitare di diffondere la notizia dei manifestanti di Hong Kong, da sempre dipinti dai media occidentali come “manifestanti per la democrazia”, che stanno distruggendo e appiccando il fuoco ai luoghi destinati alla quarantena dei malati.
– la terminologia utilizzata per divulgare notizie, che tende a etichettare, bollare, ungere un determinato paese o popolo. Leggiamo titoli con “Virus Cina”, “Virus Cinese” per il coronavirus, un genere che esiste ed ha un nome dagli anni ’60 ma, come accadde 18 anni fa con la SARS, lo si nomina in maniera fortemente discriminatoria e identificativa.
Come reagiremmo noi, nell’ascoltare un “Virus Italia”? Oppure, ad esempio, al chiamare con il nome del nostro paese il virus dell’influenza aviaria, dato che il primo caso documentato fu nell’800 in Piemonte?

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Immagine presa dal quotidiano “La Repubblica”.

Questo quadro appena disegnato, che potremmo arricchire con molti altri elementi, se inserito in un paese incattivito e abbrutito come lo è il nostro da una (non)cultura dell’emarginazione, che cerca continuamente la radice del problema all’esterno (anche quando non esiste) o ai bordi della propria società, è la scintilla che innesca l’esplosione.
Questa ruota perversa, lascia per strada vittime, che sono e saranno sempre i soggetti più deboli. La bambina in apertura è l’esempio lampante.
Problema che non è solo dell’immediato, ma a strascico negli anni.
Ci lamentiamo che le comunità si chiudono a riccio intorno a se stesse. Ma una bambina nata qui, che parla e capisce solo italiano e comunque subisce trattamenti del genere, che sentimento potrà nutrire nei confronti di persone che la fanno sentire diversa e oggetto di scherno?
Questo problema è palese ed evidente in nazioni come Francia e Stati Uniti, in cui volutamente, si gettò ai margini della società individui che erano da generazioni francesi o statunitensi, dando poi la colpa non al carattere sociale del problema ma a quello etnico, con i disastri che ben conosciamo.
Potremmo imparare dagli errori degli altri?

Perciò, manteniamo la calma e razionalizziamo, sempre, i problemi che si presentano.
Basiamoci sui fatti, sui documenti, sull’ufficialità delle notizie, ricordando che ogni singola parola che ascoltiamo dai media, è una tessera di un mosaico più grande, che non può modificarne il disegno prestabilito.
Questo non vale solo sul caso del coronavirus, ma su tutto. E in particolare, se parliamo di Cina, paese che in 10 giorni tira su ospedali specializzati per migliaia di pazienti (tutto gratuitamente per il paziente finale, alla faccia “dell’aiuto offerto da Trump”), quando negli stessi giorni la nostra sanità, ormai piegata all’affare privato, non garantisce nemmeno un esame di routine.
Forse dovremmo smetterla di impartire lezioni, e cominciare a riceverne.

Marcello Colasanti

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Lavori per l’ospedale dedicato al coronavirus di Wuhan.

 

Aggiungo la lettera aperta di Hu Lanbo, giornalista e scrittrice da 30 anni in Italia, fondatrice della rivista Cina in Italia.

 

Crisi a Wuhan: lettera aperta agli amici italiani 

Cari amici italiani,

proprio mentre il popolo cinese si apprestava a dare il benvenuto all’anno del Topo, una catastrofe si è abbattuta sul Paese. La minaccia di un nuovo coronavirus si è scagliata sulla città di Wuhan e sulla Cina intera. È un’epidemia che “infetta” l’anima dei cinesi, impossibilitati a trascorrere una normale Festa di Primavera, a divertirsi, riunirsi ai familiari, a sperare in un nuovo anno pieno di gioia e serenità.

Vivo in Italia ormai da 30 anni. Poiché dovevo partecipare all’inaugurazione dell’Anno della Cultura e del Turismo Italia-Cina e ai preparativi per la celebrazione del Capodanno cinese che si terrà a Roma il prossimo 2 febbraio, sono rientrata dalla Cina proprio prima del Capodanno cinese. Sono stata costretta a lasciare sola mia madre, che ormai ha 89 anni. Non posso tenerle compagnia, non posso trascorrere questi giorni speciali insieme a lei. A volte, mi viene da pensare che forse sto dando troppo peso alla mia missione di favorire lo scambio culturale tra Italia e Cina. Eppure, sono convinta che sia proprio il contributo che diamo alla società a dare un senso alla nostra vita.

Wuhan ha sbarrato le porte. Si tratta di una città che ospita 9 milioni di abitanti, un numero a cui si deve sommare una popolazione transitoria di 5 milioni di persone. Persone che, durante queste feste, non potranno ricongiungersi ai propri cari.

Il virus ha causato un’ondata di panico e preoccupazione anche in Italia. Gli italiani hanno iniziato a evitare i ristoranti cinesi, a evitare persino i cinesi stessi. È ancora vivido il ricordo della feroce discriminazione che subirono i cinesi quando, 17 anni fa, si diffuse la Sars.

Alla cerimonia di apertura del “Anno della Cultura e del Turismo Italia-Cina”, che è stato inaugurato a Roma, hanno partecipato i Ministri del Turismo e della Cultura di entrambi i Paesi. Durante il concerto di chiusura, i Ministri hanno letto le lettere del Presidente Mattarella e del Presidente Xi Jinping. Il popolo italiano e quello cinese credono fermamente che questa sia l’inizio di un nuovo capitolo di amicizia tra i due Paesi.

In questi giorni, in merito alla questione del nuovo coronavirus, sui social-network italiani si sono scatenate aspre critiche contro il popolo e il governo cinese, alcuni media hanno diffuso notizie inesatte che hanno dirottato l’opinione pubblica. Di questo sono sinceramente rammaricata. Temo che questi continui attacchi possano ferire nel profondo i sentimenti dei cinesi e che possano ostacolare in qualche modo l’amicizia tra Italia e Cina.

In una tale crisi, le persone non dovrebbero forse sostenere i cinesi e mostrar loro compassione? Se questo virus è nemico dei cinesi, allora dovrebbe essere nemico di tutti.

I miei compatrioti sono persone di grande spessore: lavoratori instancabili e uomini pacifici. Il fatto che esistano cinesi che mangiano strani animali selvatici o compiono azioni deplorevoli non dà il diritto di insultare l’intera nazione cinese.

Forse non tutti sanno che a Wuhan molti operatori sanitari stanno rischiando la loro vita pur di trovare un modo per debellare il virus. Medici provenienti da tutta la Cina stanno accorrendo nella provincia dello Hubei, così come i soldati che si stanno recando sul luogo per combattere la guerra contro questa epidemia. Smettiamo di sprecare la nostra vita nell’ignoranza.

È vero, il governo cinese e quello italiano usano approcci molto differenti, ma ancora una volta, questo non dà alcun diritto di insultare senza distinzione.

In soli 40 anni, il governo cinese è stato capace di risollevare l’economia di un Paese vastissimo che conta 1.400.000.000 abitanti, ponendosi l’obiettivo di eliminare definitivamente la povertà entro il 2020. Quale altro governo potrebbe auspicare simili successi?

Wuhan ha sbarrato le porte. Il governo locale e quello nazionale stanno combattendo con tutte le loro forze per garantire la sicurezza del popolo cinese e del mondo intero. Riuscite a immaginare l’entità del sacrificio dei cittadini di Wuhan? Riuscite a provare empatia per un popolo che soffre?

Da diversi mesi, la comunità cinese di Roma sta lavorando duramente insieme agli amici italiani per preparare al meglio la grande festa del Capodanno cinese che si terrà il 2 febbraio a Piazza San Giovanni. Ha provveduto ai finanziamenti, all’allestimento, all’organizzazione degli stand; un ristorante cinese fornirà persino ravioli e baozi gratuitamente. Eppure i media non parlano d’altro se non della necessità o meno di indossare le mascherine protettive durante l’evento. Il virus non è arrivato in Italia: credere di poter contrarre la malattia alla sola vista di un cinese non ha davvero alcun senso.

Ogni volta che l’Italia ha subìto danni causati dai terremoti, i cinesi sono sempre accorsi in suo aiuto inviando offerte di denaro e manifestando solidarietà. È questo il tipo di calore con cui si devono confortare le vittime di un disastro. Perciò vi prego, non umiliate la mia patria in questo momento di difficoltà, dimostrate al mio popolo umanità e comprensione. Prego inoltre i media di non alterare la realtà, arrivando persino a fabbricare fake-news solo per attirare l’attenzione dei lettori. Vi prego di svolgere il vostro lavoro secondo criteri etici.

In Italia vivono 300.000 cinesi, così come decine di migliaia di italiani studiano, lavorano e si sono stabiliti in Cina. Gli immigrati cinesi di seconda o terza generazione sono nati qui. Vi prego di non discriminare indistintamente tutti i cinesi, soprattutto se si tratta di bambini. Sono comportamenti molto pericolosi, capaci di procurare alla società danni inestimabili.

Fermiamoci a pensare solo per un momento, come ci sentiremmo se scoppiasse un’epidemia in Italia e i cinesi trasformassero WeChat in un campo di battaglia in cui sferrano insulti e discriminazione?

In un momento come questo, tutto ciò di cui c’è bisogno è umanità e solidarietà. Perciò vi aspetteremo ai festeggiamenti del Capodanno cinese di Piazza San Giovani, il 2 febbraio.

I cinesi non sono soli, se tutto il mondo si unisse in un abbraccio di solidarietà, il nuovo temibile coronavirus non avrebbe scampo.

Hu Lanbo

Redazione di Cina in Italia

 

FONTI E LETTURE CONSIGLIATE:

Aggiornamento ufficiale su persone infette e decessi. – National Health Commission of PRC.

Crisi a Wuhan: lettera aperta agli amici italiani – CINA IN ITALIA

Le autorità cinesi confermano il primo caso di guarigione dal nuovo coronavirus

Sanità, ogni anno in Italia ci sono 49mila morti legate alle infezioni.

Coronavirus, 10 fake news sfatate sul nuovo virus cinese

Rapporto dell’OMS

Focolaio di infezione da un nuovo coronavirus (2019-nCoV) – Istituto superiore di sanità

Why snakes probably aren’t spreading the new China virus – NATURE

Post di denuncia di Valentina Wang.

Turisti cinesi insultati e presi a sputi da banda di ragazzini a Venezia – La Repubblica

Ragazzo cinese insultato, ti venga virus – ANSA

 

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