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È il capitalismo che sta uccidendo la natura, non l’umanità.

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Uno dei modi più efficaci per confondere, veicolare la realtà, evitare che si comprenda un determinato concetto o situazione, è l’utilizzo di termini errati o il non utilizzo di quelli corretti.
Quante volte, solo per esempio, su un episodio violento di matrice politica, abbiamo letto di “una rissa fra balordi”?

Oggi è più che mai di estrema attualità la questione ambientale, dopo le manifestazioni in tutto il mondo a sostegno “dell’ecologismo”, l’avanzata dei partiti Verdi al Parlamento Europeo e, non ultima, la mediaticità di Greta Tunberg. Tutto questo non tanto per l’attualità del tema, dato che il pianeta è sovrasfruttato da due secoli e in fase critica (possiamo anche dire di non ritorno) dagli anni ’70 del novecento, e nemmeno per la palese situazione di emergenza in cui versa ogni singolo aspetto della natura.
Il motivo, è l’apertura di un nuovo grande e fiorente mercato, quello  dell’ecologismo (neoliberista…).

Penserete: “e cosa c’è di male, ne abbiamo estremo bisogno!!”
Verissimo… ma arriviamo proprio al punto d’apertura: in tutte queste manifestazioni, indignazioni (in larga parte sentite dai singoli manifestanti, nessuno ne dubita), c’è una parolina che mai viene citata e che spiega perché il pianeta tutto è alle condizioni attuali: il capitalismo.

Una società fondata sul concetto di crescita infinita, in un mondo finito e con risorse finite, è destinato all’autodistruzione. Società dove il valore massimo imperante e fine ultimo di tutte le attività produttive e umane è l’utile sul consuntivo annuale, valore più alto di diritti, moralità, giustizia sociale e (per l’appunto) ambiente. 
La distruzione dell’ambiente ai livelli attuali, con la morte del 60% della fauna selvatica, oceani discariche, cibo spazzatura, acque dolci avvelenate, un Oceano Pacifico radioattivo, ecc… ecc.., non sono i risultati della “razza umana brutta e cattiva“, ma sono la diretta applicazione di queste due regole totalizzanti che la società occidentale capitalista ha imposto, crescita e utile.
Con due regole del genere, spazio per l’ecologismo, non c’è e mai ci sarà…
E il discorso della crescita, dello “sviluppo necessario al paese” (quante volte l’avete sentito??), che non lo si confonda con il progresso, che sviluppo e progresso, sono due cose ben diverse e distinte. Differenziazione pasoliniana, sempre attuale.

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Impianto industriale in Canada, uno dei paesi con il più alto impatto ambientale pro-capite.

Qualche esempio palese e recentissimo:
in un solo mese, Maggio 2019, in Brasile sono stati distrutti 739 kmq di foresta amazzonica. Questo grazie alle politiche ultraliberiste introdotte dal Presidente Bolsonaro, filoamericano e fedelissimo sostenitore del conservatorismo capitalista.
Rimanendo più vicini, possiamo guardare a Venezia, discorso che unisce la causa ambientalista a quella del patrimonio artistico e culturale: la laguna veneziana vanta un ecosistema di fragilissimo equilibrio, unito alla difficile e pericolosa salvaguardia del patrimonio costituito dalla città di Venezia. Nemmeno il recente incidente al porto tra una nave da crociera e una battello è riuscita a smuovere un imperante dettato dal profitto delle grandi società crocieristiche: le grandi navi dalla laguna, non escono…
(per approfondire il tema, clicca qui).
Troppo facilmente potremmo continuare con esempi più o meno gravi, dalle microplastiche negli oceani, alla continua radioattività di Fukushima (attenzione spenta a livello mediatico in maniera vergognosa). Tutti disastri prettamente legati alla creazione di utile privato, non disastri “umani”.

Ma riallacciamoci al discorsi iniziale, quello dell’ecologismo. Questo mai citato capitalismo, tra le sue regole strutturali ha la continua ricerca di nuovi mercati dove trasferire eccedenze e, quindi, creare nuovo utile (stesso discorso per le crisi cicliche ed endemiche, ma non è questo il luogo, andrebbe fatto un articolo a parte. Se curiosi, c’è sempre “Il Capitale” che ve lo spiega molto meglio di chiunque altro). Non sempre i mercati si cercano, spessissimo, si creano.
E qui sta la trappola dell’ecologismo “neoliberista”, quello attuale e occidentale.
Un ecologismo che si basa sulla non presa di coscienza delle CAUSE del disastro ambientale, che tenta di porre rimedio con le stesse regole che hanno causato il problema, ma peggio ancora, hanno creato il nuovo mercato per il capitale privato: la pulizia del disastro sarà effettuata proprio da chi l’ha generata, naturalmente, dopo previo e lauto pagamento…
Quindi… abbiamo pagato (in termini di denaro) per permette una produzione folle ai capitalisti di turno, ma ancor peggio e rilevante, con il prezzo di un ambiente (bene sociale e comune) distrutto e rovinato; ora, gli stessi, ci faranno pagare per sistemare la situazione da loro creata, con ricette ecologiste da loro elaborate.
Quante volte, ascoltando qualche programma in tv che promuove una nuova tecnologia per la “pulizia e salvaguardia dell’ambiente”, si conclude sempre con un “quel che serve, sono i fondi… soprattutto pubblici”.
Siamo al più grande paradosso della storia dell’umanità.

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Concentrazione di Cesio-137 (isotopo radioattivo) nell’Oceano Pacifico dopo 2,5 anni dal disastro di Fukushima.

Queste righe, per anticipare un ottimo articolo di Anna Pigot, che approfondisce tali dinamiche, non umane, ma capitaliste.

L’ecologismo e il tamponare (ormai) il danno irrecuperabile fatto al pianeta per il profitto privato, sono la sfida più grande del secolo in corso. Purtroppo paghiamo una disinformazione e una mancanza di nozioni, a livello di massa, che in molti casi non ci permettono di comprendere efficacemente cause ed effetti, vittime e carnefici.
In altre parti del mondo, leggi incisive, iniziative concrete, una visione dell’ambiente sociale e organica slegata dal concetto di utilizzo privato, stanno dando frutti concreti, a dir poco sensazionali se visti nella nostra ottica. Uno di questi paesi, con stupore del lettore medio, è proprio quello che la disinformazione occidentale ci mostra il più inquinante, cioè la Cina (tesi che troverete in altro articolo approfondito).

Perciò, il mondo non è tutto uguale. Gli uomini, non sono tutti uguali. Il nostro modello di società, non è mai stato il solo e non è l’unico realizzabile, a dispetto di quello che c’insegnano.
Utilizziamo sempre i termini corretti e stiamo attenti ai termini che gli altri utilizzano od omettono quando si rivolgono a noi.
Chi parla dell’effetto, slegandolo dalla causa, ci sta ingannando…
Perché ecologismo, senza anticapitalismo, non ha ragion d’esistere.

Tutto il resto… è chiacchiere, favole, unicorni e speculazioni…

 

Marcello Colasanti

 

traduzione dell’articolo da parte di The Vision:

È il capitalismo che sta uccidendo la natura, non l’umanità

di Anna Pigot

L’ultimo rapporto Living planet del WWF è una lettura piuttosto dura: la fauna selvatica è diminuita del 60% dal 1970, alcuni ecosistemi stanno collassando e c’è una buona possibilità che la specie umana non abbia vita lunga. La relazione sottolinea continuamente come la colpa di questa estinzione di massa sia da attribuire all’uomo e a ciò che consuma, e i giornalisti si sono precipitati a diffondere questo messaggio. Il Guardian ha titolato: “L’umanità ha distrutto il 60% delle specie animali”, mentre la Bbc ha scelto: “Il consumismo ha causato una grossa perdita di fauna selvatica”. Non c’è di che stupirsi: nelle 148 pagine del rapporto la parola “umanità” appare 14 volte, e “consumismo” 54 volte.

C’è un termine, però, che non compare nemmeno una volta: capitalismo. Si potrebbe dire che, ora che l’83% degli ecosistemi di acqua dolce stanno collassando (un’altra delle statistiche inquietanti del rapporto), non abbiamo tempo di disquisire di semantica. Eppure, come ha scritto l’ecologista Robin Wall Kimmerer, “trovare le parole giuste è il primo passo per iniziare a capire.”

Nonostante il rapporto del WWF si avvicini al concetto, parlando del problema come di una questione culturale, economica e di modello produttivo insostenibile, non riesce a identificare il capitalismo come ciò che lega in maniera cruciale (e a volte casuale) tutte queste cose. In questo modo ci impedisce di vedere la reale natura del problema e, se non lo nominiamo, non possiamo affrontarlo perché è come puntare verso un obiettivo invisibile.

Il rapporto del WWF fa bene a evidenziare “il crescente consumo da parte dell’uomo”, e non la crescita della popolazione, come la causa primaria dell’estinzione di massa, e si sforza in maniera particolare di illustrare il legame tra la perdita di biodiversità e il consumismo. Però si ferma lì, non dice che è il capitalismo a imporre questo modello sconsiderato di consumo. Questo –  in particolar modo nella sua forma neoliberista – è un’ideologia fondata sull’idea di una costante e perenne crescita economica, spinta proprio dai consumi: un assunto semplicemente fallace.

L’agricoltura industriale, il settore che il rapporto identifica come il responsabile primario della perdita di specie animali, è stata marcatamente costruita su principi capitalisti. Prima di tutto perché impone che abbiano valore solo quelle specie “mercificabili”, e secondo perché, nel cercare solo il profitto e la crescita, ignora tutte le conseguenze – come l’inquinamento o la perdita di biodiversità. Il rapporto, invece di richiamare l’attenzione sull’irrazionalità del capitalismo, che considera priva di valore la maggior parte della vita su questo pianeta, non fa altro che supportare la logica capitalista usando termini come “beni naturali” e “servizi dell’ecosistema” per riferirsi al pianeta vivente.

Il rapporto del WWF sceglie l’umanità come unità di analisi e questo monopolizza il linguaggio della stampa. Il Guardian, per esempio, riporta che “la popolazione globale sta distruggendo la rete della vita.” Questa frase è totalmente fuorviante: il rapporto del WWF riporta effettivamente che non è tutta l’umanità ad essere consumista, ma non sottolinea abbastanza che è solo una piccola minoranza della popolazione mondiale a causare la maggior parte dei danni.

Dalle emissioni di anidride carbonica all’impronta ambientale, è il 10% più ricco della popolazione ad avere l’impatto maggiore. Inoltre, non si dice che gli effetti del cambiamento climatico e della perdita di biodiversità abbiano maggiore impatto sulle persone più povere – le persone che contribuiscono al problema in maniera minore. Sottolineare queste differenze è importante perché sono queste il problema, e non l’umanità per sé, e perché le disuguaglianze sono endemiche nei sistemi capitalisti, specialmente per via della sua eredità razzista e colonialista.

“Umanità” è una parola ombrello che tende a coprire tutte queste crepe, impedendoci di vedere la situazione per come è. Inoltre, diffonde l’idea che gli esseri umani siano intrinsecamente “cattivi”, e che sia in qualche modo parte della nostra natura consumare fin quando non è rimasto niente. Un tweet postato in risposta alla pubblicazione della relazione del WWF suggeriva che fossimo “dei virus con le scarpe”: un atteggiamento che spinge solo verso una crescente apatia.

Ma cosa succederebbe se questa sorta di auto-critica la rigirassimo verso il capitalismo? Non solo sarebbe un target più corretto, ma potrebbe anche darci la forza di vedere l’umanità come una forza benevola.

Le parole fanno ben altro rispetto ad assegnare responsabilità diverse a diverse cause. Le parole possono costruire o distruggere le narrazioni che abbiamo diffuso sul mondo, e queste narrazioni sono importanti perché ci aiutano a gestire la crisi ambientale. Usare riferimenti generalizzati all’umanità o al consumismo per parlare dei fattori preponderanti nella perdita di biodiversità non è solo sbagliato, ma contribuisce a diffondere una visione distorta su chi siamo e chi siamo in grado di diventare.

Parlare del capitalismo come di una causa fondamentale del cambiamento climatico, al contrario, ci aiuta a identificare tutta una serie di idee e abitudini che non sono né permanenti né fanno parte del nostro essere umani. Così facendo possiamo imparare che le cose non devono andare necessariamente così. Abbiamo il potere di indicare un colpevole ed esporlo. Come ha detto la scrittrice e ambientalista Rebecca Solnit, “Chiamare le cose con il loro nome distrugge le bugie che scusano, tamponano, smorzano, camuffano, eludono e incoraggiano all’inazione, all’indifferenza, alla noncuranza. Non basterà per cambiare il mondo, ma è un inizio.”

Il rapporto del WWF lancia un appello a trovare una “voce collettiva, cruciale se vogliamo invertire il trend della perdita di biodiversità”. Ma una voce collettiva è inutile se non usa le parole giuste. Fin quando noi, e organizzazioni come il WWF, non riusciremo a nominare il capitalismo come la causa principale dell’estinzione di massa, saremo incapaci di contrastare questa tragedia.

 

articolo originale in inglese per The Conversation:

Capitalism is killing the world’s wildlife populations, not ‘humanity’

The latest Living Planet report from the WWF makes for grim reading: a 60% decline in wild animal populations since 1970, collapsing ecosystems, and a distinct possibility that the human species will not be far behind. The report repeatedly stresses that humanity’s consumption is to blame for this mass extinction, and journalists have been quick to amplify the message. The Guardian headline reads “Humanity has wiped out 60% of animal populations”, while the BBC runs with “Mass wildlife loss caused by human consumption”. No wonder: in the 148-page report, the word “humanity” appears 14 times, and “consumption” an impressive 54 times.

There is one word, however, that fails to make a single appearance: capitalism. It might seem, when 83% of the world’s freshwater ecosystems are collapsing (another horrifying statistic from the report), that this is no time to quibble over semantics. And yet, as the ecologist Robin Wall Kimmerer has written, “finding the words is another step in learning to see”.

Although the WWF report comes close to finding the words by identifying culture, economics, and unsustainable production models as the key problems, it fails to name capitalism as the crucial (and often causal) link between these things. It therefore prevents us from seeing the true nature of the problem. If we don’t name it, we can’t tackle it: it’s like aiming at an invisible target.

Why capitalism?

The WWF report is right to highlight “exploding human consumption”, not population growth, as the main cause of mass extinction, and it goes to great lengths to illustrate the link between levels of consumption and biodiversity loss. But it stops short of pointing out that capitalism is what compels such reckless consumption. Capitalism – particularly in its neoliberal form – is an ideology founded on a principle of endless economic growth driven by consumption, a proposition that is simply impossible.

No extinction risk for ‘commodity species’. Baronb / shutterstock

Industrial agriculture, an activity that the report identifies as the biggest single contributor to species loss, is profoundly shaped by capitalism, not least because only a handful of “commodity” species are deemed to have any value, and because, in the sole pursuit of profit and growth, “externalities” such as pollution and biodiversity loss are ignored. And yet instead of calling the irrationality of capitalism out for the ways in which it renders most of life worthless, the WWF report actually extends a capitalist logic by using terms such as “natural assets” and “ecosystem services” to refer to the living world.

By obscuring capitalism with a term that is merely one of its symptoms – “consumption” – there is also a risk that blame and responsibility for species loss is disproportionately shifted onto individual lifestyle choices, while the larger and more powerful systems and institutions that are compelling individuals to consume are, worryingly, let off the hook.

Who is ‘humanity’, anyway?

The WWF report chooses “humanity” as its unit of analysis, and this totalising language is eagerly picked up by the press. The Guardian, for example, reports that “the global population is destroying the web of life”. This is grossly misleading. The WWF report itself illustrates that it is far from all of humanity doing the consuming, but it does not go as far as revealing that only a small minority of the human population are causing the vast majority of the damage.

From carbon emissions to ecological footprints, the richest 10% of people are having the greatest impact. Furthermore, there is no recognition that the effects of climate and biodiversity collapse are overwhelming felt by the poorest people first – the very people who are contributing least to the problem. Identifying these inequalities matters because it is this – not “humanity” per se – that is the problem, and because inequality is endemic to, you guessed it, capitalist systems (and particularly their racist and colonial legacies).

The catch-all word “humanity” papers over all of these cracks, preventing us from seeing the situation as it is. It also perpetuates a sense that humans are inherently “bad”, and that it is somehow “in our nature” to consume until there is nothing left. One tweet, posted in response to the WWF publication, retorted that “we are a virus with shoes”, an attitude that hints at growing public apathy.

But what would it mean to redirect such self-loathing towards capitalism? Not only would this be a more accurate target, but it might also empower us to see our humanity as a force for good.

Breaking the story

Words do so much more than simply assign blame to different causes. Words are makers and breakers of the deep stories that we construct about the world, and these stories are especially important for helping us to navigate environmental crises. Using generalised references to “humanity” and “consumption” as drivers of ecological loss is not only inaccurate, it also perpetuates a distorted view of who we are and what we are capable of becoming.

By naming capitalism as a root cause, on the other hand, we identify a particular set of practices and ideas that are by no means permanent nor inherent to the condition of being human. In doing so, we learn to see that things could be otherwise. There is a power to naming something in order to expose it. As the writer and environmentalist Rebecca Solnit puts it:

Calling things by their true names cuts through the lies that excuse, buffer, muddle, disguise, avoid, or encourage inaction, indifference, obliviousness. It’s not all there is to changing the world, but it’s a key step.

The WWF report urges that a “collective voice is crucial if we are to reverse the trend of biodiversity loss”, but a collective voice is useless if it cannot find the right words. As long as we – and influential organisations such as the WWF, in particular – fail to name capitalism as a key cause of mass extinction, we will remain powerless to break its tragic story.

 

LINK AGLI ARTICOLI:

THE CONVERSATION: Capitalism is killing the world’s wildlife populations, not ‘humanity’

THE VISION: È il capitalismo che sta uccidendo la natura, non l’umanità

 

ARTICOLO SCRITTO PER “IL GIORNALE DEL RICCIO”, VIETATO COPIARNE IL CONTENUTO ANCHE PARZIALE SU ALTRI SITI.
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