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“SULLA MIA PELLE” – Il film necessario (oggi più che mai) su Stefano Cucchi. -RECENSIONE E CONSIDERAZIONI.

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Quando è stato annunciato un film su Stefano Cucchi (che di ben poche presentazioni ha bisogno) le reazioni sono state le più disparate, dettate non solo dai preconcetti di carattere ideologico riguardanti l’accaduto, ma sulla stessa gestione di un tema così delicato con tanto di procedimento giudiziario in atto. Il rischio di creare una situazione controproducente era piuttosto alta. Tale timore, possiamo affermare, è stato totalmente smentito alla prima visione.

IL FILM

Il film ripercorre solo ed esclusivamente la settimana precedente alla morte di Stefano Cucchi, dal 15 Ottobre 2009, data del suo arresto da parte dei Carabinieri, fino alla mattina del 22 Ottobre, giorno della sua morte. In quel momento, Stefano pesava 37 chilogrammi, due fratture della colonna vertebrale, frattura della mascella, emorragia alla vescica, lesioni ed ecchimosi al volto (in maniera particolare parte sinistra), torace, addome, gambe.
A parlare, è la trasposizione fedele delle 10.000 pagine di verbali del processo (ancora in atto). Non si risparmia nulla, ne alla vittima, ne agli accusati.
Quel pestaggio tanto eluso o tanto citato in sede di processo e sulla carta stampata, nel lungometraggio non è presente, non un momento di violenza è mostrato.
Il protagonista assoluto è l’agonia di quei sette giorni. Agonia che Alessandro Borghi (Stefano Cucchi nel film) riesce a trasmettere e rendere viva nella sua soffocante, dolorosa e magistrale interpretazione.

OMERTA’, MENEFREGHISMO, INDIFFERENZA

Ma la vera violenza che tutta questa triste storia riesce a mostrare, è quella procedurale.
Oltre 140 persone avranno un contatto con Stefano in quella settimana: Carabinieri, Polizia Penitenziaria, magistrati, avvocati, medici, assistenti sanitari. Quel che emerge in maniera lacerante, triste e preoccupante, è l’asservimento totale di ogni singolo componente al sistema in atto, fatto d’iniquità, omertà, menefreghismo, indifferenza.
Tutti, dal primo all’ultimo, vedranno e comprenderanno che quel ragazzo, drogato o spacciatore che sia, era stato massacrato durante la notte di fermo presso la caserma dei Carabinieri, terribilmente confermato dalle parole del pestato stesso che continua a ripete, per ovvio timore di certa ritorsione “sono caduto dalle scale”, facendo finta che, effettivamente, sia avvenuta un’impossibile caduta.
A quelle persone, è bastato formulare la domanda del “cosa ti è successo?”, una, qualche volta due, per potersi sentire puliti e andare avanti, con il prossimo…

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Alessandro Borghi interpreta Stefano Cucchi.

TRAGEDIA UMANA

La tragedia umana si spinge oltre la singolarità del protagonista e nel film diviene più commovente che mai: il trattamento riservato alla famiglia. Tutto giustificato da protocolli e procedure, calpesta ogni singolo concetto di diritto umano. Dal giorno del processo per direttissima, in cui per pochi istante il padre di Stefano (interpretato da un ottimo Max Tortora) riesce ad incrociare per l’ultima volta il figlio, ogni singolo contatto tra la famiglia e il detenuto saranno negati, come una qualsiasi informazione sullo stato di salute di Stefano. Padre, madre e Ilaria (nel film Jasmine Trinca), la sorella a cui dobbiamo la lunga battaglia di questi nove anni, non saluteranno mai il proprio caro. Saluto che arriva ad essere negato anche di fronte alla morte, per poi essere concesso aldilà di un vetro, dopo una comunicazione della stessa eseguita in maniera sconcertante, tramite la domanda di firma di una richiesta d’autopsia.

Quel che ne consegue è un film estremamente vero, secco, lineare, che intelligentemente non aggiunge nulla, mostrando la pura e semplice tragedia, senza cadere nella banalità e nel patetico, rischi molto alti per una tematica che, in un senso o nell’altro, scatena reazioni emotive potenti.

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Jasmine Trinca e Max Tortora.

Il film diretto da Alessio Cremonini è senza dubbio coraggioso, va a lui e ai suoi collaboratori il plauso di aver saputo affrontare in forma cinematografica una vicenda che a livello giudiziario rimane per ora inconclusa, fortemente sentita dall’opinione pubblica nazionale e che purtroppo divide in maniera spesso brutale. Lavoro che potrà dare un chiarimento intellettualmente onesto su quelli che sono stati i reali ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi, senza dilungarsi nelle vicende accadute immediatamente dopo, che meritano un altrettanto approfondito esame da parte di ognuno di noi.

NECESSARIO, OGGI.

Ma se dobbiamo dare un’etichetta a questo film, quella più calzante è sicuramente NECESSARIO.
Necessario perché si va oltre la specificità di Stefano; se oggi siamo qui a parlare e a ricordare lui, come Federico Aldrovandi o Giuseppe Uva, lo dobbiamo alla tenacia e al coraggio di sorelle, madri, parenti che hanno lottato per non far morire anche la memoria dei loro cari. Ma di altri Stefano ce ne sono tanti e ce ne sono ogni giorno, persone che purtroppo non troveranno mai il grido di qualcuno che chiede giustizia per loro.
L’Italia, ogni anno, paga salatissime multe applicate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per il trattamento inflitto ai detenuti nelle carceri italiane. Si rimanda continuamente un problema enorme di carattere principalmente umano e civile, preferendo il nascondere la testa sotto terra pagando tali multe e facendo finta che in realtà, il problema, non esiste…
Solo nell’anno della morte di Stefano Cucchi, il 2009, i morti in carcere (ufficializzati) ammontano a 177.

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Jasmine Trinca interpreta Ilaria Cucchi.

La necessità, purtroppo, ben si lega (triste gioco di parole) all’attuale momento storico. Chi deve lavorare al miglioramento e risoluzione di questa disastrosa situazione sono le istituzioni, in primis, il Ministero degli Interni. A dispetto della sopracitata situazione, ci troviamo con un esecutivo che rimanda all’elettore l’immagine di un carcere-albergo, con i detenuti in villeggiatura a cui “paghiamo pure da mangiare”.
Un esecutivo che ha messo proprio a dirigere e controllare le Forze dell’Ordine il Ministro Matteo Salvini, che ritiene la procedura utilizzata su Stefano “una tutela al normale svolgimento del lavoro delle suddette Forze”, che specificatamente sulla questione Cucchi ha con molta galanteria riservato ad Ilaria un “capisco il dolore di una sorella che ha perso il fratello, ma mi fa schifo.” E per concludere “Polizia e Carabinieri devono poter fare il proprio lavoro, se cadi e ti rompi una gamba, sono cazzi tuoi…”.

CINEMA O NETFLIX?

Tale progetto è stato sostenuto dall’acquisto da parte di Netflix per la visione in streaming. Per chi ha storto un po’ il naso per tale distribuzione, possiamo solo dire che grazie a questo, la storia di Stefano potrà arrivare ad un larghissimo pubblico internazionale, cosa impossibile con il circuito di cinema indipendenti e semi-indipendenti. Ma per noi in Italia è fondamentale il dimostrare che la tematica del film è sentita e importante con la visione nelle sale, nelle poche (rispetto ai circuiti più importanti) che hanno accettato di distribuirlo, visione che assume una posizione di carattere politico.

Ricordando sempre che quel che è successo a Stefano può accadere, per una qualsiasi banalità, a tutti noi dato che, a chiunque, può capitare di dover essere sottoposto alla custodia cautelare dello Stato;  non c’è chiusura migliore se non dedicare al nostro Ministro degli Interni lo scambio di battute tra un agente della Penitenziaria e Stefano:

“Quanno la smetteremo de raccontà sempre sta stronzata de’ scale?”
“Quanno ‘e scale smetteranno de menacce…”

 

Marcello Colasanti

 

A seguire, il discorso di apertura di Ilaria Cucchi, Andrea Occhipinti di Lucky Red e l’avvocato Fabio Anselmo alla prima cinematografica presso il Cinema Giulio Cesare di Roma. 12/09/2018.

 

 

 

IL TRAILER

 

 

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