
Nella necessità continua di creare santi e paladini, l’occidente dovrebbe scegliere meglio i propri “difensori della libertà“, come già detto nel commentare il caso di Zhang Zhan, “paladina” anticinese.
Dubito che qualcuno dei tanti che oggi fanno post su Navalny e contro Putin abbiano mai ascoltato cosa professasse e valutato il personaggio (e anche lo stesso Putin) al di fuori della narrazione di BBC, New York Times o Repubblica e Corriere: i suoi erano discorsi ben lontani dai principi di democrazia e libertà (anche se questi sono ormai concetti vuoti nei contenuti e ribaltati nei fatti nell’occidente liberale).
Navalny era poco più che un Castellino, fondatore di un partito neonazista e xenofobo da prefisso telefonico (un risultato rilevante lo ottenne solo alle amministrative di Mosca, dopo un circo mediatico allestito su finanziamento occidentale), divenuto magicamente “maggior opposizione di Putin” sui media nostrani. Pubblicizzato oltremodo con un presunto avvelenamento mai provato da documentazione medica opportuna (quella presentata dalla Germania fu smontata punto per punto da Marija Zacharova, a cui i tedeschi non hanno mai risposto).
Navalny è stato l’ennesimo feticcio liberale, pescato dai peggiori ambienti dell’estremismo di destra, costruito col baraccone mediatico, sacrificabile all’occorrenza. L’ulteriore storia patetica finita indubbiamente male.
Cinicamente parlando di politica applicata, Putin non guadagna nulla dalla morte di un personaggio mediatico che politico non era, minaccia tantomeno. Tiratene le dovute conclusioni.

Un mese fa, Gonzalo Lira, che documentò fin dall’inizio da Kiev il conflitto e criticato la dirigenza ucraina e statunitense, è stato torturato dall’esercito ucraino e ucciso (lo citammo in questo articolo). Nessun giornale occidentale ha speso una parola sul giornalista americano ucciso dagli ucraini, ma hanno inchiostrato le prime pagine per Navalny processando e sentenziando anche i colpevoli.
Gli ricordiamo che fino a quando esisterà un Assange, non abbiamo nessun diritto etico e morale di proferire parola su tali questioni.


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