
Dopo l’onda di meme sull’attentato a Donald Trump, un commento serio su un evento che pone più quesiti per le conseguenze a breve e medio termine piuttosto che sulle dinamiche dell’attentato stesso, argomento su cui l’attenzione è maggiormente concentrata.
L’attentatore Thomas Matthew Crooks ha agito solo, sia nell’azione che negli intenti, non è affiliato a nessun gruppo terroristico o sovversivo. Anzi, dalle liste elettorali leggiamo che era un repubblicano “odiatore di Trump“, ma aveva donato 15 dollari per la campagna democratica. Insomma, confuso come qualsiasi americano medio. Che non sia un “professionista” del settore è dato dal fatto che Trump sia ancora vivo, nonostante le favorevoli condizioni in cui ha potuto agire.
Ma gli Stati Uniti sono un paese che si regge sulle armi e sul complottismo, che ovviamente non ha tardato ad arrivare. Se alcuni sono assimilabili alla tipica paranoia geopolitica (ci sono post e articoli delle prime ore che parlavano di “attentatore cinese“), per onestà intellettuale va riconosciuto che alcuni dubbi sollevati in queste ore dai trumpiani sono più che condivisibili.
Partendo proprio dalla già nominata favorevole posizione, sono stati condivisi un considerevole numero di video e testimonianze che certificano la segnalazione dell’attentatore decine di minuti prima, tra l’inazione delle forze speciali. Se fosse stato immediatamente controllato, non ci sarebbe stato l’attentato e l’uccisione del ventenne. Ricordiamo che stiamo parlando degli USA, paese in cui l’estrarre un pacchetto di sigarette dalla giacca è considerato “gesto sospetto e ostile” dalle forze dell’ordine, autorizzate a sparare. Il dubbio (o complotto) è presto servito.
In passato, in occidente è stata soventemente utilizzata la tecnica del “lasciare agire” terroristi o schegge impazzite per poi sfruttarne la conseguente situazione e reazione pubblica, dopo averli opportunamente eliminati. È questo un nuovo caso? Attualmente ogni congettura è prematura e basata su fatti ancora non definiti, ma è ragionevole tenerlo a mente.
Tra i commenti dei politici americani, insieme ai giornalisti anche italiani che abbiamo ascoltato nei talkshow di queste ore, si è parlato di “evento inaccettabile per l’America”. Nella realtà l’accaduto è uno dei più coerenti eventi di una società che permette la vendita di un fucile da cecchino o d’assalto praticamente a chiunque: l’AR-15 con cui Crooks ha sparato è chiamato “l’America’s rifle“, il fucile d’America più amato, nonché il più utilizzato nelle stragi che avvengono con cadenza ciclica e che ormai da anni non stupiscono più. Questo, in mano a soggetti che al contempo subiscono una propaganda elettorale che parla solo ed esclusivamente con toni apocalittici di nemici e mai di avversari, tanto da parte democratica contro “il folle Trump“, che da parte repubblicana contro “i rettiliani democratici“.
Quello che più è importante e deve interessarci è il comprendere l’impatto che avrà questo attentato all’interno della fragilissima situazione sociale americana: gli Stati Uniti sono un paese pesantemente sull’orlo della guerra civile da almeno 5 anni, completamente spaccato, con una contrapposizione che supera la barriera politica e partitica, creando fazioni contrapposte che sono legate e amalgamate intorno all’esaltazione di una figura salvifica. Questa non è una colpa da far ricadere sui soli repubblicani e trumpiani, ma è la ritorsione di un progetto politico e di controllo sociale che è insito nella politica americana, esportata anche come sistema d’ingerenza in paesi stranieri (lo stesso paradigma è valso per il Brasile di Bolsonaro e per l’Argentina di Milei). Terreno fertile alimentato da una crisi endemica ormai decennale, disparità sociali abissali, 100.000 morti l’anno per abuso di stupefacenti, oltre il 50% della popolazione sotto o vicino la soglia di povertà unite ad un livello culturale medio disastroso e la completa mancanza di coscienza di classe e politica.
Un mix esplosivo che ci fa domandare non SE l’America imploderà, ma QUANDO.
Quello che più rimane e rimarrà potente fino a Novembre è l’immagine, un capolavoro della fotografia di propaganda, di un Trump vittima ma allo stesso tempo combattente e invitto, col pugno alzato sullo sfondo di una bandiera a stelle strisce, immagine che scioglie il cuore e il raziocinio di qualsiasi americano cresciuto ad “America First“, odio e polvere da sparo. E sono la maggior parte.

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ARTICOLO SCRITTO PER “IL GIORNALE DEL RICCIO”,
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