
Domenica mattina c’è stata una grave aggressione al Circolo di Rifondazione di Piazzale degli Eroi (Roma), lo stesso che ho frequentato per anni come militante, prima della mia scelta di non avere più tessere di partito (occidentali).
Un filo-israeliano ha sfondato la vetrata d’ingresso, aggredito a calci e con un manganello telescopico uno dei compagni all’interno, per poi tentare di passare per vittima facendo video col cellulare, continuando a provocare verbalmente. Tutto questo alle 12:00, al centro di Roma, con un mercato rionale a pochi metri. La furia è partita dopo aver visto dei manifesti con bandiera palestinese all’esterno, che non erano nemmeno stati affissi dalla sezione.
A febbraio lo stesso circolo aveva subìto un attacco mentre dentro c’era una militante.
Questa aggressione si aggiunge alla lista pericolosamente lunga degli ultimi due anni. Se per le aggressioni o provocazioni fasciste c’è sempre stato un certo permissivismo, dal conflitto in Ucraina e l’entrata formale dell’Europa, così come l’Italia, in uno stato di permanente propaganda di guerra, la logica del “nemico totale” ha estremizzato ancora di più lo scontro nelle strade e nelle piazze. Ovviamente non in maniera equa per le due o più parti, ma a senso unico, dove chi si identifica nella “parte corretta” del propagandato occidentale, ha visto un “lascia passare” ad azioni che fino a poco tempo prima non avremmo creduto possibili, o comunque, non a questa velocità e portata, forti di un’incessante campagna d’odio a tutti i livelli, dal politico, all’economico, al culturale.
I provvedimenti di formale apartheid nei confronti dei russi con relativa campagna d’odio fatta di fake news (pienamente in atto), buttando nel calderone anche chi è critico rispetto alle decisioni belliciste del momento (il “bollo” di filo-russo o filo-Putin), sono stati seguiti da aggressioni da parte di neonazisti spesso entrati come “rifugiati”, trovando sponda nell’estrema destra locale (di cui erano sodali da svariati anni, foto e post lo confermano), arrivando alle spedizioni punitive, al blocco d’incontri politici e azioni di disturbo nelle manifestazioni.
Similmente è accaduto contro la Cina nel periodo del Dipartimento di Stato di Mike Pompeo, in cui il razzismo anti-cinese aveva toccato apici da “paura gialla” d’inizio novecento, attualmente meno sentito solo perché sostituito da quello antirusso.
Dal 7 Ottobre lo stesso copione è stato applicato alla Palestina (non a caso l’asse ideologico e militare tra Ucraina e Israele è forte, in quanto marionette americane), con relativa attribuzione di “nemico” a chi sostiene il diritto all’esistenza del popolo palestinese. I sostenitori del sionismo in Italia e in occidente (da sempre violenti, non da oggi) non hanno perso l’occasione per portare ad un livello superiore lo scontro, forti della sicura impunità; il caso più eclatante è stato il 25 Aprile, dove hanno preso a sassate e bombe carta i manifestanti in piazza da dietro il cordone delle forze dell’ordine.
L’aggressore di domenica ha avuto una reazione così esagerata, in quell’orario e così in vista, proprio per il senso di sicurezza all’impunità che permea tali soggetti (e che speriamo, non sia questo il caso, data la denuncia in atto).
Per quanto riguarda l’Italia, sulla mancata risposta al fenomeno pesa indubbiamente anche l’attuale governo, formato da membri che in passato erano parte integrante di un certo tipo di politica fascista e violenta.
Queste righe per porre l’attenzione su quanto le varie particolarità geopolitiche siano in realtà strettamente connesse e parti dello stesso blocco, di una parte o dell’altra. E se negli aggressori c’è sempre grande unità, il dispiacere di constatare che spesso le parti accomunate dall’essere vittime, non trovano riscontro nell’essere unite nella lotta.

