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“Xinjiang – Capire la complessità, costruire la pace.” Il rapporto italiano del CESEM, EURISPES e Istituto Diplomatico Internazionale.

Sulla questione della presunta violazione dei diritti umani nella regione autonoma dello Xinjiang, attuale pretesto per l’innalzamento delle tensioni nei confronti della Cina da parte occidentale, si aggiunge un nuovo rapporto, questa volta italiano.

Il lavoro promosso dal Centro Studi “Eurasia-Mediterraneo” (CeSEM) insieme ad EURISPES-Laboratorio BRICS e Istituto Diplomatico Internazionale (IDI), ha come scopo finale quello di riportare il dibattito ad un livello obiettivo ed aderente alla realtà della regione, supportati da uno studio che connette le esperienze dirette di giornalisti, diplomatici, esperti e professionisti.

L’informazione occidentale ha seguito una narrazione a senso unico, supportando e divulgando notizie sprovviste di prove, studi e ricerche sul campo, riportando come “fonti certe” le dichiarazioni di soggetti non indipendenti ed apertamente ostili alla Repubblica Popolare Cinese. L’attuale tensione diplomatica internazionale generata sulla regione, comporta preoccupanti implicazioni per la pace mondiale; per questo, ogni contributo eseguito con rigore scientifico è attualmente utile e necessario, così come la sua diffusione.

Leggiamo nella presentazione del rapporto, sul sito ufficiale del CeSEM:

“Presentiamo il nuovo rapporto dal titolo Xinjiang. Capire la complessità, costruire la pace, promosso dal nostro centro studi (CeSEM) insieme ad EURISPES-Laboratorio BRICS e Istituto Diplomatico Internazionale (IDI). L’obiettivo di questo rapporto è quello di fornire un quadro più obiettivo e realistico della situazione attraverso analisi di esperti, studiosi e testimoni che hanno avuto modo di visitare la regione autonoma cinese, le sue città, i villaggi e i campi di formazione e reinserimento, di cui molto si parla in Occidente.

Nel corso dell’ultimo anno, molti media occidentali hanno dato notevole risalto alla Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang. Carta stampata, programmi televisivi e, soprattutto, social media si sono concentrati in particolare sulle presunte repressioni di cui sarebbe vittima la locale comunità uigura, un gruppo etnico di lingua uralo-altaica (turcofona) e di religione islamica che risiede da secoli nella regione, rappresentando poco più della metà della popolazione complessiva. In Europa, il tema, non inedito, ha suscitato scalpore e indignazione nell’opinione pubblica, sino ad influenzare la politica, convincendo i ministri degli Esteri dei Paesi membri dell’Unione Europea ad approvare sanzioni contro alcuni funzionari cinesi ritenuti maggiormente esposti – secondo le accuse – alle responsabilità nel quadro del cosiddetto “genocidio uiguro”.

Dalla Cina, tuttavia, così come da giornalisti, diplomatici, esperti, studenti o professionisti stranieri che hanno avuto o hanno tutt’ora modo di frequentare lo Xinjiang e le sue città e contee, giungono tesi e testimonianze completamente diverse, che smentiscono sostanzialmente le accuse occidentali. I campi di detenzione e rieducazione, infatti, sarebbero esclusivamente luoghi di reclusione e de-radicalizzazione per uomini e donne affiliati a gruppi terroristici che, come l’ETLO o l’ETIM, da molti anni organizzano e compiono attentati, non solo nello Xinjiang ma anche nel resto della Cina e all’estero, contro obiettivi cinesi (rappresentanze diplomatiche, comitive turistiche o aziende) o anche di altro genere, come dimostra la presenza, segnalata in anni recenti, tra le file dell’ISIS di combattenti di etnia uigura nei teatri di conflitto siriano e iracheno.

Questo rapporto cerca così di fare chiarezza su un tema – quello della situazione sociale e politica nella Xinjiang – molto più vasto e complesso delle banali insinuazioni della stampa generalista occidentale, che però, confezionato e presentato all’interno di una cornice narrativa sensazionalistica, rischia di generare gravi tensioni diplomatiche, pregiudicare seriamente consolidate piattaforme di cooperazione bilaterale o multilaterale e, non ultimo, fornire a formazioni settarie, violente ed eversive una pericolosissima legittimazione politica o morale.


Il lavoro si aggiunge, a breve distanza, alla pubblicazione della svedese Transnational Foundation for Peace and Future Research (TFF), che confuta il rapporto filo-statunitense del Marzo 2021 (qui per leggere rapporto e articolo).

Sito del Centro Studi “Eurasia-Mediterraneo” (CeSEM): Rapporto “Xinjiang. Capire la complessità, costruire la pace” promosso dal Cesem con EURISPES e Istituto Diplomatico Internazionale – Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (cese-m.eu)

Rapporto in italiano: “XINJIANG. CAPIRE LA COMPLESSITÀ, COSTRUIRE LA PACE”

Rapporto in inglese: “XINJIANG. UNDERSTANDING COMPLEXITY, BUILDING PEACE

Aggiungiamo, come sempre, il nostro “vademecum” sulla questione dello Xinjiang:

  • La questione degli uiguri islamici dello Xinjiang, regione autonoma all’estremo Ovest della Cina, è attualmente il tema principale con cui gli Stati Uniti (e con loro l’Unione Europea) creano ostruzionismo nei confronti della Cina, accusata di “genocidio” su base religiosa.
  • Lo Xinjiang è una regione periferica e di confine, estremamente importante per i collegamenti via terra creati dalla Nuova Via della Seta cinese, la Belt and Road Initiative, nata per sostenere il libero scambio e la cooperazione tra i continenti europeo, asiatico ed africano, nonché “smarcare” la Cina dalla chiusura geografica ad est e sud, dove Stati Uniti e relativi sottoposti mantengono una posizione dominante e pressione militare.
  • La regione subisce da anni gravissimi attacchi terroristici da parte di fanatici e fondamentalisti, che hanno lasciato dietro di se una lunga scia di morti e feriti. Nell’area centro-asiatica, il fondamentalismo islamico su base separatista ed etnica è da sempre uno degli strumenti che l’occidente utilizza come destabilizzatore nei paesi non allineati; un esempio esaustivo, i mujaheddin in Afghanistan.
  • La Cina contrasta tale fenomeno con un programma di reintegro nella società dei soggetti caduti nella trappola del fondamentalismo, una deradicalizzazione tramite formazione e studio. In molti entrano volontariamente in tale programma, spesso su consiglio familiare, continuando a risiedere nel proprio domicilio e non trattenuti nelle strutture (la soluzione attuata dagli statunitensi allo stesso problema è Guantanamo ed Abu Ghraib).
  • Fino alla fine del 2020, gli Stati Uniti hanno classificato il Movimento Islamico uiguro del Turkestan orientale come un gruppo terroristico, hanno combattuto contro i combattenti uiguri in Afghanistan e ne hanno tenuti molti come prigionieri. Nel luglio 2020, le Nazioni Unite hanno riportato la presenza di migliaia di combattenti uiguri in Afghanistan e Siria.
  • L’unica fonte sulla quale l’occidente accusa di “genocidio”, è un rapporto dell’antropologo tedesco Adrian Zenz, teologo e anti-comunista che non ha mai visitato lo Xinjiang e con nessuna esperienza sulla Cina, vicino alla setta del Falun Gong. A sua volta, Zenz ha basato il suo rapporto sulla campagna anticinese portata avanti da Rebiya Kadeer, ex deputata della Conferenza Consultiva politica del popolo cinese, fuggita negli Stati Uniti dopo una condanna per evasione fiscale milionaria e spionaggio.
  • Il governo cinese ha invitato più volte osservatori occidentali a visitare la regione, questi hanno sempre rifiutato.
  • Una commissione delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale ha visitato 3 volte la regione. Durante la 44° sessione del Consiglio sui diritti umani, hanno ringraziato la Cina per la sua apertura e dell’invito alla visita per oltre 1000 diplomatici, giornalisti e religiosi, che hanno potuto constatare i risultati positivi ottenuti nella zona, sostenendo “sollecitiamo ad astenersi dal fare accuse infondate contro la Cina basate sulla disinformazione”.
  • L’Organizzazione della cooperazione islamica ha eseguito un’investigazione sul presunto genocidio anti-islamico, non rilevando nessun abuso e lodando il programma di deradicalizzazione cinese. Tutti i paesi islamici hanno votato in favore della Cina presso l’ONU. Contro, e utilizzando il termine “genocidio”, solamente i paesi occidentali filo-americani.
  • Dal 30 marzo al 2 aprile, una delegazione composta da più di 30 diplomatici provenienti da circa 21 paesi ha visitato lo Xinjiang. Mohammad Keshavarz-Zadeh, l’ambasciatore iraniano in Cina, ha riferito che le attività religiose nelle moschee si sono svolte in linea con la volontà del popolo musulmano, dopo aver visitato le moschee nella capitale regionale Urumqi e Kashgar. E’ rimasto anche stupito dalle condizioni delle moschee locali: “Come musulmano, ho pregato nella moschea. Ho visto che le persone sono libere di praticare le loro attività religiose”.
  • Per sostenere tale narrazione, gli Stati Uniti d’America stanno investendo milioni di dollari in propaganda mediatica. Il 27 Aprile 2021 è stato approvato il Strategic Competition Act, in cui si legge di un finanziamento di 300 milioni di dollari l’anno, per il periodo 2022-2026, per una mastodontica operazione di propaganda anticinese, giustificata “per contrastare l’influenza maligna del Partito Comunista Cinese a livello globale”. Fondi diretti ai media occidentali, istituti di ricerca politica, gruppi di uiguri (o presunti tali) fuori dai confini cinesi, da utilizzare come “testimonial” del genocidio in atto.
  • La popolazione di etnia uigura è aumentata del 25,04% nell’ultimo decennio (+ 2,55 milioni di persone nel periodo 2010-2018).
  • Nella sola regione dello Xinjiang, sono presenti 24.000 moschee, numero 10 volte maggiore rispetto a quelle presenti in tutti gli Stati Uniti d’America.
  • Il GDP (prodotto interno lordo) della regione cresce annualmente del 7,2% (dati riferimento 2014-2019).
    2,92 milioni di uiguri sono usciti dalla soglia di povertà nello stesso periodo.
  • L’istruzione primaria e secondaria è garantita in 7 lingue diverse.
  • Una pluralità di giornalisti e reporter (occidentali e non) che hanno visitato anche per anni la regione dello Xinjiang, confermano quanto sopra riportato, tra cui citiamo:
    André Vltchek, reporter russo con passaporto americano, morto in maniera sospetta dopo aver contraddetto le accuse occidentali;
    George Galloway, ex deputato, giornalista e scrittore britannico;
    Jeffrey Sachs, professore della Columbia University di New York;
    Adriano Madaro, sinologo, scrittore e giornalista, oltre 200 viaggi in Cina dal 1976;
    Daniel Dumbrill, giornalista e YouTuber canadese;
    Graham Perry, docente e relatore britannico;
    Michele Geraci, Professore di Finanza, Economista, ex Sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico;
    Gordon Dumoulin (olandese), Jan Oberg (danese) e Thore Vestby (norvegese) della Transnational Foundation for Peace and Future Research (TFF), hanno pubblicato il contro-rapporto intitolato “La determinazione del genocidio nello Xinjiang come ordine del giorno – Un’analisi critica di un rapporto del Newlines Institute e del Raoul Wallenberg Center”, confutando le accuse del rapporto USA del Marzo 2021.
    – Il Centro Studi “Eurasia-Mediterraneo” (CeSEM) insieme ad EURISPES-Laboratorio BRICS e Istituto Diplomatico Internazionale (IDI), hanno prodotto il rapporto italiano “XINJIANG. CAPIRE LA COMPLESSITÀ, COSTRUIRE LA PACE”, in cui si raccolgono testimonianze e studi di giornalisti, diplomatici, esperti, studenti e professionisti che hanno frequentato, vissuto e studiato nello Xinjiang.

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